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martedì 26 marzo 2013
In Italy, double jeopardy for Amanda Knox?
Amanda Knox, the American student who was accused of killing a British student she shared an apartment with, was not in court on Monday, as prosecutors made their case for a retrial in front of the Italian Supreme Court, and is “confident” in the Italian judicial system. Knox spent four years in an Italian jail and was found guilty of murdering another college student while traveling abroad in Italy in 2009. Knox’s sentence was later overturned, and prosecutors are appealing that decision, arguing for a retrial, reports the Associated Press.
Knox and her boyfriend at the time, Italian native Raffaele Sollecito, were acquitted of the 2007 death of 21-year-old British student Meredith Kercher in 2011.
The prosecutors appealed, and the case is being heard by the Italian Supreme Court on Monday; a verdict is expected shortly thereafter. Giulia Bongiorno, Sollecito’s attorney, said the case against his client and Knox has been “an absurd judicial process,” notes AP. The appellate court, which overturned the conviction, said that the case lacked evidence against Knox and Sollecito due to the murder weapon not being found and faulty DNA testing, notes AP. Knox, following the acquittal, returned to Seattle and is not in Italy for the appeal, but she may not need to return if the court orders a retrial.
Another individual, Rudy Guede, described as an “Ivorian drifter” was later convicted of the murder of Kercher, reports CNN. But the prosecution believes that Guede did not act alone.
“We are still convinced that they are the co-authors of Meredith's homicide,” prosecutor Giovanni Galati said, according to CNN. Sollecito and Knox were hoping to resume their lives; Knox is currently enrolled at the University of Washington in Seattle and has written a memoir, “Waiting to be Heard,” that will be published on April 30.
Knox is also appealing her own conviction, a slander charge, in a separate trial, notes AP. Knox said a local bar owner was responsible for the death of Kercher, which led to his arrest and detention for two weeks before being let go by police.
(foto: Amanda Knox e Raffaele Sollecito)
venerdì 22 marzo 2013
Massacrò Tommy: il suo assassino esce di galera
Lo strazio di una madre. L'indignazione di tutti noi. C'è un bambino dagli occhi sgranati su un futuro che l'ha tradito, si chiamava Tommy, (foto) la cui morte orribile è una ferita che sanguina ancora. Stimmate dell'Italia contemporanea. Sono passati solo sette anni da quel 2 marzo 2006 e dall'azione scellerata compiuta da un terzetto criminale: Mario Alessi, la convivente Antonella Conserva, Salvatore Raimondi. Quando Alessi chiese temerariamente alla mamma di Tommy, la signora Paola, il perdono, lei gli rispose duramente: «Non so se lo perdonerò mai, voglio solo che sconti la sua pena». La pena, l'ergastolo, Alessi la sta scontando ma si sa che in Italia ci sono molti modi per affrontare il carcere. Ora si scopre che nei prossimi mesi Alessi potrebbe iniziare una nuova vita come giardiniere. Fuori di giorno, in carcere, a Prato, di notte. Sì, ha frequentato un corso e ora è pronto per voltare pagina. Un'immagine bucolica si sovrappone al sangue e all'orrore. Anzi, prova a spingerli via, fra le brume della memoria. Ci spiace. Non siamo pronti. Noi e nemmeno la madre che urla rabbia e dolore: «È ancora un uomo pericoloso». Dicono che in cella Alessi si comporti in modo irreprensibile. Dicono. Lei, con il sesto senso di una madre, ripete: «Ha stuprato una donna e ha ucciso il mio bambino. La prossima volta, se tornerà libero, che cosa farà? Quell'uomo fuori dal carcere può fare solo male». Per la cronaca, se la giustizia avesse fatto subito il suo corso, Alessi non sarebbe entrato nel Guinness della cronaca nera. Era sotto processo per violenza sessuale, ma in attesa del dibattimento era libero. E così ebbe il tempo di congegnare la sventurata spedizione a casa Onofri per portare via e massacrare lo scricciolo che aveva solo 18 mesi.
Poi ebbe la faccia di bronzo di andare in tv, piangere lacrime fasulle e rivoltanti e darsi un contegno zuccheroso, prima di essere finalmente smascherato come uno degli autori, se non il principale, di questo abominio. La giustizia che è arrivata troppo tardi, rischia di andarsene troppo presto. Non si è mai capito come andò effettivamente quel giorno nelle campagne di Casalbaroncolo (Parma).
Alessi ha sempre ripetuto: «L'ho rapito, ma non l'ho ucciso. È stato Raimondi». Rimpalli sul cadavere di un bambino, scarichi reciproci di responsabilità e nessun pentimento all'orizzonte. Lui si è preso l'ergastolo, i complici, fra processi bis e riti abbreviati, hanno limitato i danni. Pare impossibile ma Antonella Conserva se l'è cavata con 24 anni, Raimondi addirittura con 20. Nel Paese che ha appena liberato Pietro Maso e Ruggero Jucker è fin troppo facile prevedere cosa accadrà già domani. E lui, Alessi, poteva rimanere indietro, intrappolato dietro le sbarre? Ricomincia così, o almeno dovrebbe, da giardiniere. Per carità, sappiamo bene che il lavoro esterno non è un permesso premio e nemmeno la semilibertà. Sappiamo anche che il lavoro è la strada maestra per la rieducazione della persona e sappiamo perfino che la fatica può servire anche per risarcire i parenti delle vittime, ammesso che si possa risarcire quel che non ha prezzo.
Sappiamo ma non comprendiamo. Non ora, almeno. Non ora che la madre urla e si dispera. Non in un Paese in cui la giustizia è un colabrodo e sembra che più alto è il crimine commesso più elevate sono le chance di recupero, sconto sulla pena e tutto il resto. Non con un ceffo che ha gestito il dolore come un coccodrillo e si è reso protagonista in cella di un altro episodio dubbio che sa tanto di furbata: Alessi rivelò all'universo mondo le presunte confidenze di Rudy Guede, uno dei killer di Meredith, altra pagina dell'album nero italiano. Guede gli avrebbe raccontato che Raffaele Sollecito e Amanda Knox erano innocenti. Guede l'ha smentito e la storia è finita lì, mentre lui correva a passi rapidi verso il ritorno in società. Come fosse stato assente giustificato. Ogni cosa a suo tempo. Evitateci lo show fra le rose e i cespugli. Se proprio deve, continui a potare le piante del carcere.
(Il Giornale)
sabato 15 dicembre 2012
Sandy Hook Elementary School shooting
On December 14, 2012, 26 people were shot to death, including 20 children and six staff, at Sandy Hook Elementary School in the Sandy Hook village of Newtown, Connecticat. The killer, identified by authorities as 20-year old Adam Lanza, then killed himself. Lanza had previously shot and killed his mother, a volunteer at the school, at their nearby Newtown home. It was the second-deadliest school shooting in U.S. history, after the 2007 Virginia Tech massacre.
After shooting his mother, Nancy Lanza, age 54, Adam drove her car to the school.The killing of Nancy Lanza brought the number of victims to 27. Identification belonging to his older brother, Ryan Lanza, was found on Adam Lanza's body.
In early reports by media organizations, Ryan Lanza was mistakenly identified as the shooter. He later voluntarily agreed to questioning by New Jersey Police, the Connecticit State police and the FBI. He was not considered a suspect nor taken into custody. Lt. J. Paul Vance, the Police spokesman, said that the bodies of all deceased victims were removed and identified during the night, although their names were not officially released:
| Nancy Lanza, mother of the shooter |
| Dawn Hochsprung, 47, principal |
| Vicki Soto, 27, first grade teacher |
| Mary Sherlach, 56, school psychologist |
| 3 unidentified adults |
| 20 unidentified children. |
sabato 22 settembre 2012
Acido per un amore che finisce.
Una storia che sembra venire da altre latitudini, altri paesi, paesi dove i "volti cancellati" non fanno notizia, e invece succede in Italia, a Brescia. Le peggiori usanze fanno presto ad attecchire, e allora eccoci qui a raccontare l'orrore di questa storia. E' un amore che finisce quello tra Elena P. 23 anni (foto) e incinta al nono mese e William, 26 anni di Travagliato. Un anno di convivenza tra alti e bassi poi, nel luglio scorso la fine. Fin qui tutto regolare, poiché milioni di storie d'amore iniziano e finiscono. "Ho un'altra ragazza" dice William, dubbioso pure sulla paternità del figlio che la sua compagna porta in grembo. Un rapporto deteriorato dunque e quella porta che si chiude. Ma non per Elena che inizia a tartassarlo di telefonate e messaggi, gli taglia le gomme della vettura e così fa pure con quelle dei suoi amici. C'è a questo punto una denuncia ai Carabinieri per "stalkin" fatta da William nei confronti della sua ex compagna la quale a questo punto pensa ad una vendetta "che se la ricorderà". In suo soccorso arriva un amico, un certo Dario B. che da un po' di tempo è un suo spasimante, e poco importa se ha quasi il doppio dei suoi anni. Stabilito il piano, i due con il volto coperto si appostano nei pressi dell'abitazione di William e nella notte tra mercoledì e giovedì scorso lo aggrediscono sulle scale, e una volta immobilizzato, i due gli versano addosso una bottiglia di acido muriatico. Urla di dolore e la fuga dei due aggressori. William viene portato urgentemente all'ospedale di Brescia dove i medici constatano subito la gravità delle ferite. L'occhio sinistro è interamente bruciato e c'è il rischio che il giovane possa perdere anche l'altro. Oltre a ciò, anche il volto è irrimediabilmente "cancellato," e inoltre ha ustioni sul 30 per cento del corpo, tanto che i medici si riservano la prognosi. Per la polizia non è difficile risalire agli autori della brutale aggressione...
sabato 19 maggio 2012
Melissa Bassi: il dolore e la rabbia...
L'inferno alle 7,50. Melissa Bassi, 16 anni (foto) magari ha ancora il sonno negli occhi mentre scende dal pullman che da Mesagne tutte le mattine la porta a Brindisi. I passi sono veloci perché alle otto deve essere in classe. E' tranquilla Melissa, perché le materie che questa mattina affronterà le ha preparate con scrupolo. Un saluto all'amica che con lei ha fatto il viaggio e un pensiero alle vacanze che tra poco arriveranno, al mare e al sole, quel mare azzurro di Brindisi che lei ama tanto. L'inferno arriva che nemmeno se ne accorge, forse un attimo di stupore, ma solo un attimo, poi niente. Se ne è andata così Melissa Bassi, studentessa al terzo anno dell'Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi, tra un timido raggio di sole e nell'aria il profumo del mandorlo. Tre bombole di gas nascoste dietro a un cassonetto dell'immondizia fatte esplodere a distanza hanno spento per sempre il suo sorriso, annientato i suoi sogni. Si voleva una strage, uccidere a caso, uccidere giovani studenti, il futuro di questa società malata. Con Melissa, un'altra giovane studentessa lotta tra la vita e la morte e altri sei giovani studenti sono ricoverati con prognosi riservata. Era bella Melissa, capelli lunghi, occhi sorridenti e la spensieratezza dei suoi meravigliosi 16 anni... Niente a che vedere con quel corpo giunto in ospedale ustionato per il 90% e privo di un arto strappatole dall'esplosione. Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone assieme alla moglie e la scorta moriva nella cosiddetta "strage di Capaci". Solo una triste coincidenza?
giovedì 17 maggio 2012
La città come una giungla
Uccidere. Così fan tutti. Il sangue per le nostre città, siano piccole o grandi, scorre quotidianamente. La città come una giungla dunque, dove a legge del più forte prevale. E dietro a tutto ciò, la legge latita tra buonismo stupido e politica pavida. Andiamo in ordine. Luca Massari, 45 anni era un tassista che si guadagnava il pane correndo su e giù per le strade di Milano. Quel maledetto 10 ottobre del 2010, dopo aver lasciato un cliente in via Ripamonti, Massari imboccò via Ghini, quando da un giardino sbucò improvvisamente un cane, un cucciolo di cocker sfuggito alla sua padrona. Andava piano Massaro ma nonostante tutto non riuscì ad evitare l'animale, che finito sotto le ruote morì sul colpo. Ma non tirò di lungo anzi, si fermò immediatamente per tentare un qualsiasi soccorso, ma questo suo slancio di umanità gli fu fatale. "Ti ammazzo!" urlò la proprietaria del cane rivolta all'uomo, e a dar manforte alle sue intenzioni si materializzarono due giovani, il fidanzato e il fratello della donna. E furono botte, calci e pugni che continuarono ad arrivare anche quando Luca Massari ormai era un corpo esanime a terra, un fantoccio in balia di tre balordi. Luca Massaro è morto in ospedale dopo una lunga agonia agonia, senza aver ripreso conoscenza e soprattutto, senza un perché. Nel processo celebrato all'inizio di maggio, l'accusa ha chiesto 23 anni di reclusione per Piero Citterio -uno degli aggressori- e 21 per la sorella Stefania. Uccidere un uomo di botte però costa poco, poiché i giudici della Prima Corte d'Assise di Milano hanno condannato il primo a 14 anni di reclusione e 10 mesi la seconda, diventata colpevole soltanto di minaccia aggravata. Il terzo elemento, il fidanzato della donna, Michael Morris Ciavarella, in fase di appello e col rito abbreviato era già stato condannato a 16 anni. "Sarebbe bello che ora Stefania portasse un fiore sulla tomba di Luca" ha sospirato la mamma della vittima subito dopo aver ascoltato la sentenza. Fiori su una tomba dunque, come riparazione ad una legge che non c'è...
lunedì 30 aprile 2012
Delitti perfetti o giustizia imperfetta?
Una trentina di coltellate furono riscontrate sul corpo di Simonetta Cesaroni, 21 anni, uccisa a Roma il 7 agosto del 1990. Una lunga serie di indagati furono messi sotto torchio dagli inquirenti, e uno di questi fu Pietrino Vanacore, custode del palazzo di via Poma dove avvenne l'omicidio, che si suicidò molti anni dopo, il 9 marzo del 2010. Tutti gli altri sospettati, uno a uno furono dimenticati sia dalla magistratura che dai media, meno uno, Raniero Busco, all'epoca fidanzato della vittima. Su di lui si appuntarono sospetti e indizi che lo portarono a un primo processo il 3 febbraio del 2010 con verdetto di condanna a 24 anni di reclusione, "colpevole dell'omicidio di Simonetta Cesaroni", ma assolto con formula piena in sede di appello il 24 novembre 2011 "per non aver commesso il fatto". Dopo 21 anni dall'omicidio dunque, siamo di nuovo daccapo, con un delitto senza un colpevole, con una vittima senza giustizia. Ma in questi ultimi anni la lista dei "delitti perfetti" si è purtroppo allungata a dismisura. Se fino ad oggi non sappiamo chi è l'autore dell'omicidio di Simonetta Cesaroni, chi è l'assassino di Chiara Poggi, la giovane trucidata nella sua casa il 13 agosto del 2007? E Meredith Kercher, la studentessa inglese di 20 anni uccisa a Perugia sempre nel 2007, da chi è stata assassinata? Solo da Rudy Guede già in galera e condannato in via definitiva dal momento che gli altri due coimputati, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, prima condannati e poi scagionati in appello. E chi ha tolto la vita a Serena Mollicone, 19 anni, trovata morta nel 2001? E poco più di un anno fa, chi ha infierito sulla piccola Yara Gambirasio, 13 anni, sparita il 26 novembre del 2010 e il suo corpo rinvenuto esattamente tre mesi dopo? Tutte giovani donne e tutte unite dallo stesso destino: non avere giustizia. Qualcosa non funziona nella nostra giustizia dunque, lenta, farraginosa e contraddittoria, e la domanda che si pongono gli italiani è solo una: come può una persona essere condannata in primo grado e assolta "per non aver commesso il fatto" in secondo grado? Certo, non è che si voglia un "colpevole a tutti i costi", ma il "colpevole del fatto" questo si. Quindi? "Manca l'indagine portata avanti fino in fondo da più investigatori come avveniva una volta -commenta un addetto ai lavori-, un indagine fatta di testimonianze e riscontri oggettivi, prove inconfutabili, mentre invece oggi ci si affida in prima battuta ai riscontri scientifici e in base a quelli ci muoviamo. Che ben vengano -conclude l'addetto ai lavori-, ma che questi riscontri siano solo di supporto e conferma alle indagini eseguite, un valore aggiunto dunque, una prova in più, ma non un punto di partenza". Che ci sia un fondo di verità visto i troppi casi insoluti?
venerdì 9 marzo 2012
Li appendevano al ramo più alto...
(foto: Luca Rosi)
mercoledì 18 maggio 2011
Una caserma a luci rosse
Da dove si parte per cercare di capire qualcosa nel delitto di Carmela Melania Rea? Dal suo corpo senza vita rinvenuto in un boschetto del Teramano? Dalla pista di un maniaco seriale che l'ha uccisa con 32 coltellate fuggendo poi senza lasciare traccia? Dall'ipotesi di una mano femminile accecata dalla gelosia? Dalle conseguenze di una vita disordinata del marito, Salvatore Parolisi circondato da giovani e disponibili soldatesse senza scrupoli? Una cosa è certa. Il mistero è racchiuso tra le mura della caserma "a luci rosse" del 235° Reggimento Piceno in quel di Ascoli, ed è lì che gli investigatori cercano conferme. Conferme piccanti, corna, veloci incontri sessuali consumati in auto o in camere d'alberghi a ore, gelosie tutte al femminile per accaparrarsi il caporale di turno, tra silenzi o forse connivenze, come si legge sul Corsera, dove le domande si sprecano: "Cosa fanno la magistratura ordinaria e quella militare? Possibile mai che una caserma dell'Esercito italiano sia stata trasformata in alcova"? E poi ancora: "Ci domandiamo a quale gioco si giocasse tra gli istruttori all'arrivo delle reclute femminili, quali scommesse si facessero sul conto delle stesse in una eventuale sfida nel "catturare" più prede?" Non è molto edificante tutto ciò, poiché ne viene fuori un immagine di soldati e soldatesse cui onore e divisa sono solo un paravento, e dignità e appartenenza al corpo solo un sentimento da libri di storia lontana. Dopo la prima "recluta amante" rintracciata dagli investigatori, quella Ludovica tutto "fucile e rossetto" che a Salvatore Parolisi concedeva le sue grazie, ora un'altra giovane recluta è sotto torchio. E si ritorna sempre lì, a quel giro di sesso senza freni e senza sosta che si pianificava nella caserma ascolana, zona franca di moralità militare e coniugale. Si dice che le indagini siano a un passo dalla conclusione, così come il "click" delle manette intorno ai polsi dell'assassino. Lo si deve alla giovane e bella Melania, a sua figlia che non potrà più avere una mamma, ai suoi parenti.(foto Carmela Melania Rea)
lunedì 28 febbraio 2011
Yara, 13 anni e 6 coltellate...
Yara, 13 anni e 6 coltellate. Un campo incolto la sua tomba, e centinaia di volontari che le sono passati accanto. Senza trovarla. No, qualcosa non quadra: E il grande dispiegamento di forze messe in campo? E i cani che questa volta non erano solo più da "ricerca" ma addirittura con una marcia in più poiché "molecolari"? E che significato ha quel loro percorso che li ha portati in diverse occasioni a quei capannoni industriali in costruzione? E le testimonianze di un giovane e di una guardia notturna che hanno asserito di avere visto qualcosa la sera della scomparsa? E il manovale marocchino fermato e poi rilasciato? No, qualcosa non quadra. E' un rapimento finito nel peggiore dei modi dunque, ma anche indagini partite male, se pensiamo che l'allarme lanciato dalla famiglia è scattato subito. Cos'è che non ha funzionato nei primi attimi? Quali minuti preziosi sono stati persi prima di prendere in mano la situazione? Sono stati attuati posti di blocco stradali? Era il 26 novembre dell'anno scorso quando Yara Gambirasio, (foto) promessa della danza artistica sparisce nel nulla e dal nulla riappare, esattamente tre mesi dopo, sabato 26 febbraio 2011. Giace supina in quel prato di arbusti in località Chignolo d'Isola a circa nove chilometri da Brembate e vicina al corso del torrente Dordo. A trovarla è un ragazzo che era lì a provare il suo aereo, un modellino volante telecomandato. Nessuno se ne era mai accorto di quel corpo macerato dal tempo, dopo ripetuti passaggi dei volontari e ultimamente di circa 200 cacciatori del luogo, che giusto poco tempo fa vi avevano fatto una meticolosa ricerca per un censimento di lepri esistenti in loco. Nemmeno per loro una vaga visione di quello che si nascondeva tra gli arbusti, scandagliati con "meticolosa solerzia". No, qualcosa non quadra. Sostenere che il corpo di Yara sia stato trasportato lì il giorno stesso del ritrovamento è pura follia, poiché tre mesi dopo il decesso sarebbe stato difficile, se non impossibile riportarlo integro e non smembrato e poi, come hanno asserito gli inquirenti dopo un primo esame,"sotto quel corpo esisteva un processo avanzato di verminosi dovuto ad una lunga giacenza in loco". Quindi? Il mistero è tutto qui e l'unica cosa certa sono le tracce di quei sei colpi di coltello inferti riscontrati sui polsi, alla gola e sulle spalle. Si è difesa dunque la piccola Yara al suo assalitore, ha cercato di fuggire e quei fendenti alle spalle lo dimostrano. Poi è stata sopraffatta. Tredici anni volati via assieme ai suoi sogni di bambina, ad un futuro di ballerina, al suo sorriso dolce immortalato nelle foto, a quella macchinetta per i denti portata con disinvoltura, a quella spaccata negli allenamenti in palestra, e a quegli occhioni fiduciosi nell'innocenza della sua età. Il mostro è ancora in giro, ma come dicono oggi gli inquirenti, "adesso è più facile individuarlo". Che sia trovato dunque e che sia messo dentro ad una cella senza possibilità di uscirne più. Anzi, per non "incorre in tentazione", come purtroppo è nostra abitudine, buttiamo via la chiave...
giovedì 27 gennaio 2011
Simonetta Cesaroni: una giustizia a metà.
Il 7 agosto del 1990 era una giornata caldissima, e Roma in quei giorni di ferie era praticamente deserta. Una giornata come tante quindi, se non fosse che in un palazzo di via Poma nell'ufficio dell'Associazione italiana alberghi della gioventù non fosse rinvenuta uccisa una ragazza 21enne, Simonetta Cesaroni. Un delitto atroce, 29 coltellate senza un motivo, senza un perché. Fu l'inizio di un lungo mistero durato ben 21 anni, un mistero interrotto di tanto in tanto da vari "colpevoli" scagionati di volta in volta. Il primo ad entrare nel "tritacarne" delle indagini fu Pietrino Vanacore, portiere dell'edificio, poi Federico Valle, un giovane il cui "torto" era quello di avere un nonno che abitava nel palazzo del delitto, e infine i sospetti calarono pure sul datore di lavoro della vittima, Salvatore Volponi. Tutti, uno dopo l'altro, i tre vennero completamente scagionati da qualsiasi indizio. Sembrava destinato ad essere un delitto perfetto dunque, magari come quello accaduto 16 anni prima sempre nello stesso palazzo e rimasto senza colpevole. La vittima allora fu Renata Moscatelli, un'anziana signora benestante trovata soffocata in casa con un cuscino sul viso. Un killer seriale che si è ripresentato sulla scena del primo omicidio? Niente di tutto ciò, perché gli inquirenti nel frattempo sono riusciti a dare un nome all'autore dell'omicidio di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, (foto) il fidanzato di allora. Nuove tecniche investigative lo hanno incastrato, e tra queste due rilevanze inconfutabili: tracce organiche a lui riconducibili rinvenute sia sul reggiseno della vittima oltre che nell'appartamento. Per i giudici della III Corte d'Assise di Roma non ci sono stati dubbi, e la sentenza non si è fatta attendere: 24 anni di galera. Dovremmo esultare dunque, anche se in molti oggi scuotono la testa: giustizia è fatta? Chissà. Una giustizia che arriva 21 anni dopo certamente non placa né dolore né redime un colpevole, in questo caso già redento dallo snocciolarsi del tempo, quindi? "Si chiude una lunga sofferenza" sospirano i familiari di Simonetta, mentre la moglie di Raniero Busco si chiede "adesso come lo dirò ai nostri bambini". Due facce dello stesso dramma e di una giustizia che lascia l'amaro in bocca...
lunedì 17 maggio 2010
Morire in Afghanistan, morire perché?
Altre due croci italiane sulla via dell'Afghanistan. Sono quelle del sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni di Velletri, e del caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni della provincia di Bari. Con loro, anche due altri commilitoni sono rimasti feriti, la soldatessa Cristina Buonacucina originaria di Foligno, e il caporale Gianfranco Sciré, 28 anni di Casteldaccia, in provincia di Palermo. Il fatto è avvenuto questa mattina alle ore 9,15 locali, quando una colonna di oltre 400 militari composta anche da soldati di altre nazioni, è caduta in un agguato sulla strada che da Herat conduce a Bala Murghab, zona nel Nord Est del Paese. Nella colonna, formata da dieci mezzi blindati, quello italiano, un Lince di ultima generazione, si trovava in quarta posizione, ed è proprio quello che improvvisamente è stato colpito dall'esplosione. E si ripete il triste rito delle bandiere a mezz'asta, dei funerali di Stato e dei discorsi ridondanti di retorica. Con tutto l'onore e il rispetto che dobbiamo tributare a queste due nuove vittime, troppe le domande che nascono: morire in Afghanistan, morire perché? Quali interessi nazionali difendiamo in quella terra senza pace? Quali fiori porterà il sangue versato per quella guerra lontana che tanto ricorda un Vietnam di antica memoria? Serve ancora restare là a far da cuscinetto tra armate che si odiano per ragioni politiche e religiose? Guerre lontane che non ci appartengono se non per "doveri internazionali" di cooperazione militare, guerre da rifiutare, da rispedire al mittente. Che siano le popolazioni interessate a risolvere i loro problemi, padroni a casa loro di guerreggiare e di morir se lo desiderano. Morire per difendere i propri confini può essere un motivo, ma là in Afghanistan, morire perché?(foto da sinistra: Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio)
lunedì 26 aprile 2010
La triste "novella" di Elisa Claps
A volte non so se questa nostra Italia sia un anomalia geografica o un paese di allocchi. E mi incavolo, perché lo so che gli allocchi sono una minoranza, ma il brutto è che proprio questa minoranza ha il timone in mano della nostra esistenza. Il caso che questa volta mi è incomprensibile riguarda il delitto di Elisa Claps, (foto) la ragazza potentina uccisa il 12 settembre del 1993, i cui resti sono stati ritrovati nel sottotetto di una chiesa cittadina ben dopo 17 anni. Ma se già il delitto è così strano da ritenerlo quasi partorito dalla mente malata di un regista di film horror, è il suo iter giudiziario a lasciarmi interdetto. Come autore di tale delitto si indica tale Danilo Restivo, colui che le carte processuali asseriscono essere l'ultimo che ha visto Elisa in vita, e che dopo il delitto si è trasferito a Bournemouth, nel sud dell'Inghilterra. Le prove sono quel che sono, e va bene, però ci sono alcune strane e macabre coincidenze che fanno arricciare il naso. Un'altra donna, tale Heather Barnett, 48 anni, dirimpettaia della casa dove vive il Restivo, viene trovata uccisa. Giace nella vasca da bagno, ha un seno mutilato e alcune ciocche di capelli tra le dita non suoi. E neppure dell'assassino. E quello delle ciocche dei capelli è un vero rompicapo se vogliamo, ma anche un'altra traccia importante. Da quando Restivo risiede a Bournemouth infatti, -ma era successo anche a Potenza quando lui ancora vi abitava- sono molti i casi denunciati da donne, di fulminei tagli di capelli avvenuti sui bus ed effettuati da uno sconosciuto mai rintracciato. Solo una circostanza? E come se questo non bastasse, c'è un altro inquietante e truce delitto avvenuto nel 2002 sempre nella cittadina inglese, ed è quello di una giovane studentessa coreana, Jong-ok Shin. "Ritengo che la fantasia degli uomini e dei media non abbia fine, se il mio assistito Danilo Restivo venga indicato come un serial-killer", commenta Mario Marinelli, legale del Restivo. Eh beh, la fantasia corre, ma a quanto pare corre con dei buoni motivi se ora anche il procuratore capo di Aosta, Marilinda Mineccia vuol vederci chiaro, dopo aver appreso che nel computer di Danilo Restivo è stata trovata la foto di Erika Ansermin, una ragazza di origine coreana scomparsa misteriosamente da Aosta nell'aprile del 2003 e di lei mai più trovata traccia. Altre circostanze fortuite? Chissà, ma il fatto è che Danilo Restivo, con tutti questi dubbi che gli pendono sul capo -ma quello di Potenza possiamo ancora chiamarlo dubbio?- se ne vive tranquillamente libero e intoccato a casa sua. Non un fermo giudiziario né tanto meno una richiesta di estradizione come "teste informato sui fatti" che venga inoltrata dalla nostra magistratura alla polizia inglese, così, tanto per conoscere "il suo punto di vista", dopodiché scagionarlo definitivamente o accusarlo. E intanto si continua a parlare di quella povera ragazza, di strane connivenze, di preti che sanno e non sanno e di chi invece sa -ma guarda un po'!- si dimentica di denunciare il ritrovamento di quei resti alla polizia. Ce n'è quanto basta per passare per "allocchi"?
lunedì 22 marzo 2010
Medea ha ucciso di nuovo...
lunedì 1 febbraio 2010
Sangue per una sigaretta negata
TORINO - Lo hanno scannato come un agnello, lì, nel prato sotto casa: "Mi dai una sigaretta"? Alla risposta negativa "Non ne ho", non c'hanno pensato due volte. Una lama tagliente che sbuca da una tasca e zac, un colpo secco alla gola, sangue che schizza dappertutto e la vita che vola via, senza un motivo, senza un perché. E' morto così George Munteanu,15 anni, uno studente romeno in Italia con la famiglia dal 1996. Se ne stava andando di passo svelto alla festa dell'oratorio della chiesa di Nostra Signora della Salute, quando due delinquenti -e non chiamiamoli bulli, perché quelli sono una altra cosa-, due fratelli romeni, lo hanno incrociato. George sapeva chi erano quei due soggetti, perché questi da tempo spadroneggiavano nel quartiere a suon di botte e coltelli, appoggiati in questo ruolo di piccoli boss da una banda di altri minorenni sciagurati. Già un marocchino, tempo addietro aveva assaggiato sul suo corpo i loro fendenti, tanto da dove ricorrere alle cure dei sanitari e nonostante questo, nessuno era intervenuto per paura di ritorsioni. Ora, dicono che i due delinquenti abbiano le ore contate, anche se in molti sperano di arrivarci prima per farsi giustizia con le proprie mani. Tutto questo avviene in un quartiere della periferia Nord di Torino, un accozzaglia di lingue e volti disperati in cerca di un domani e dove in molti casi, per far prima, vige la legge del più forte e non quella del rispetto. Anche questa è l'Italia del degrado nell'Anno Domini 2010...
sabato 23 gennaio 2010
La calata degli Unni
sabato 5 dicembre 2009
PERUGIA: LA VERITA' LONTANA...
PERUGIA - "In nome del popolo italiano si condanna Knox Amanda e Sollecito Raffaele alla pena di anni 26 e 25 di reclusione, ritenuti colpevoli di...". Un processo che ancora non convince. Troppe lacune, troppe risposte non date, troppi silenzi e troppi "non ricordo". Unica cosa certa, per il momento, una vittima, la povera Meredith Kercher, uccisa barbaramente il 2 novembre del 2007. Quattordici ore di camera di consiglio per un verdetto. Tante, troppe, che fanno capire senza ombra di dubbio le divergenze di opinione all'interno del pool giudicante. Non c'è esultanza quindi alla lettura del verdetto, perché vada come vada, nessuno riporterà in vita 'Mez', ma oltre a questo, c'è anche tristezza per i due giovani che oggi sono stati ritenuti colpevoli dell'omicidio -oltre al terzo, l'ivoriano Rudi Guedé già condannato a 30 anni- poiché anche le loro vite saranno per sempre segnate. "Lascia l'amaro in bocca vedere due ragazzi condannati a una pena così lunga" dice il pubblico ministero Manuela Comodi, "ma il pensiero va anche alla vittima". La vittima, appunto, l'unica cosa certa. Ma è lo svolgimento dell'omicidio che non ha trovato ancora una giusta dimensione. Per l'accusa, Rudi compie la violenza sessuale, Sollecito tiene ferma Meredith e Amanda che sferra il colpo mortale. Perché questa sua ferocia? "Vendicarsi di quella smorfiosa troppo seria e morigerata per i suoi gusti" è la risposta. Un po' troppo secondo me, per quest'Arancia meccanica che neppure Stanley Kubrik avrebbe immaginato. Perché poi si insiste nel voler formare questo trio satanico, quando dai riscontri è risultato che Sollecito e Rudi non si conoscevano affatto? E poi, perché questa violenza sessuale, se Raffaele e Amanda vivevano la loro vita di coppia più tra le lenzuola che non sui banchi dell'Università? E perché ancora, se loro fossero i colpevoli, invece di fuggire dopo aver commesso il fatto, chiamano -e attendono- la polizia presupponendo che all'interno della casa sia successo qualcosa di grave? E il testimone albanese che diceva di averli visti quella notte tragica e poi, miseramente smentito dai riscontri? Tre giovani mostri in azione per una notte di sesso... no, non mi convince, almeno che non fossero sotto effetto di cocaina, cosa che non sembra avessero assunto i tre. Quindi? La logica porta a pensare al delitto commesso da una sola persona, una serata di sesso andata storta o forse non gradita dalla donna, il rischio di una denuncia, la rabbia dell'uomo, un coltello che spunta di tasca, un colpo magari senza l'intenzione di uccidere... o forse si. Una brutta storia e un processo che non soddisfa, con una requisitoria che definisce Amanda "il diavolo" e che fa indignare i giornali americani, come il New York Times, che scrive "di fronte ad una demonizzazione dell'imputata che evoca il ricordo di Giovanna d'Arco, c'è da chiedersi in quale secolo ci troviamo". Il PM ha già detto che non presenterà ricorso, mentre gli avvocati di Raffaele e Amanda sono già all'opera per portare nuove argomentazioni e prove da sottoporre ai giudici d'Appello. "Restituitemi la mia vita" ha mormorato Amanda Knox nel suo ultimo intervento prima del giudizio, "io non ho ucciso nessuno" ha poi aggiunto Raffaele Sollecito. Dove sta la verità?
lunedì 23 novembre 2009
QUEL LINCIAGGIO CHE ARRIVERA'
(foto: Ben Karim Cerkaoui all'uscita dalla caserma)
venerdì 13 novembre 2009
I MISTERI DEL MOSTRO DI FIRENZE
LIVORNO - Mi ricordo che al secondo duplice omicidio del "mostro di Firenze", quello di Pasquale Gentilcore 19 anni e Stefania Pettini, 18, avvenuto il 15 settembre del 1974, anch'io mi sentii "toccato". La mia età infatti era quella delle fughe in macchina in mezzo ai campi sul calar della sera e inoltre, la mia città, Livorno, non era poi così lontanissima dai luoghi dei delitti. Anche se però non contagiato dall'incubo del mostro, qualcosa comunque cambiò nelle mie abitudini in quanto a "soste galeotte", tanto che tra amici si decise di frequentare stessi luoghi e stessi orari e soprattutto, auto a distanza di sicurezza. I posti, ritenuti sicuri poi erano sempre gli stessi: Banditella, uno spiazzo di alberi e cespugli posto tra la Statale Aurelia e il viale Italia che costeggia il mare, e il cosiddetto "Monumento di Ciano", situato poco sopra le colline che dominano la città. Oggi questi posti sarebbero chiamati -in forma politicamente corretta- i "Campi dell'Amore", poiché al primo imbrunire si riempivano sempre delle stesse auto con a bordo giovani coppiette. C'era la Fiat coupé 850 color blu, la Fiat 125 color giallo e il Maggiolino VW 1300 bianco, l'Opel Rekord grigia e l'Alfa Romeo Giulia 1600 Gt blu con i 'baffi' bianchi. Era la mia. A dir la verità ci sentivamo sicuri, e Vicchio o il Mugello con tutti i loro orrori erano così lontani dalle nostre menti, sebbene qualche "Guardone" -che noi livornesi chiamavamo "Penna Bianca" a ricordo degli indiani che apparivano e sparivano in un attimo-, ogni tanto facesse la sua comparsa appiccicato al vetro dell'auto. Se era furbo a tagliar la corda era fortunato, altrimenti erano botte da parte di tutta la combriccola. Perché questi ricordi? Me li ha rinverditi la trasmissione "Il Mostro di Firenze" andata in onda ieri sera su Fox Crime alle ore 21, prima di una serie di puntate. Ricordi che hanno riportato alla memoria quelle povere 16 vittime, l'orrore durato ben 17 anni -se contiamo anche il primo omicidio, quello di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco avvenuto il 21 agosto del '68- e infine, il lungo e tortuoso processo contro coloro che i giudici hanno ritenuto colpevoli di tanto sangue: Pietro Pacciani detto 'Svampa', ex contadino, morto nel 1998 all'età di 73 anni; Giancarlo Lotti detto 'Katanga', operaio disoccupato, morto nel 2002 all'età di 62 anni; e Mario Vanni detto 'Torsolo', ex postino, morto nel 2009 all'età di 82 anni. Tre "compagni di merende" -come Pacciani definì questo sgangherato trio nel corso di un processo- andati via portandosi dietro la verità su questa lunga scia di sangue, una sequela di morti che tutt'oggi, a distanza di 41 anni, alimenta ancora misteri irrisolti, due dei quali fondamentali: che fine ha fatto la tristemente nota Beretta calibro 22 mai rinvenuta? E infine, chi c'era dietro Svampa, Torsolo e Katanga? (Foto: Delitto Gentilcore/Pettini)
giovedì 12 novembre 2009
COSI' SI MUORE AD ALBA ADRIATICA...
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