Capita anche questo ormai nella nostra Italia da operetta, dove la "sindrome Tafazzi", -trovare piacere nel martellarsi i testicoli- ormai ha raggiunto punte inimmaginabili. Ma andiamo con ordine. Alcuni giorni fa a Milano sono stati fermati due viados brasiliani mentre si prostituivano, e fin qui, "normale routine". Alla richiesta della polizia di fornire i documenti, si scopre che sono due clandestini. Il primo, 26 anni, già espulso in precedenza, mentre il secondo, 38 anni, ha un ordine di espulsione in tasca per ordine della questura di Rimini. E anche qui, "normale routine", poiché le nostre strade sono piene di espulsi. Quindi, pensando di essere arrestati -in altri posti succede giusto così-, i due ammettono di essere sieropositivi e di essere in cura in ospedale. Dunque, due clandestini sieropositivi che battono il marciapiede. A questo punto le forze dell'ordine avrebbero dovuto indossare guanti e mascherine, caricare i due "ospiti" e portarli direttamente a Linate, metterli sul primo volo diretto per Rio e...buon viaggio. Il bello invece arriva subito dopo. "Il pm ha negato l'arresto e tantomeno l'espulsione dei due per gravi motivi di salute". Evvabbè, umanamente sono d'accordo. Ma verranno almeno trasferiti in un centro ospedaliero senza possibilità di uscita? Ma siamo matti? L'Italia è un Paese "politically correct" per eccellenza, quindi, privilegiando la libertà individuale anziché la salute pubblica, i due sono stati subito rilasciati con "l'ammonimento a non prostituirsi". Del resto la nostra legge, quella di "Tafazzi", parla chiaro, perché rilascia il permesso di restare sul suolo italiano anche ai clandestini per dare loro la possibilità di curarsi, tanto più se nel loro Paese di origine le cure sono a pagamento e non come da noi a carico della collettività. Ma chi sono questi due? Lo hanno detto loro stessi: 300 clienti a testa al mese (!), per un giro d'affari di 250.000 euro all'anno, naturalmente tutto "esentasse". Due mine vaganti e strage di contagi, se pensiamo che in Italia ogni giorno contraggono il virus dell'HIV ben 11 persone, e fra questi, due solo a Milano. Ebbene, succede anche questo in un Paese di "Tafazzi" come il nostro... quindi, attenzione da ora in poi a serate estreme di..."famolo strano"....
sabato 5 febbraio 2011
Viados, pm e sindrome "Tafazzi"
Capita anche questo ormai nella nostra Italia da operetta, dove la "sindrome Tafazzi", -trovare piacere nel martellarsi i testicoli- ormai ha raggiunto punte inimmaginabili. Ma andiamo con ordine. Alcuni giorni fa a Milano sono stati fermati due viados brasiliani mentre si prostituivano, e fin qui, "normale routine". Alla richiesta della polizia di fornire i documenti, si scopre che sono due clandestini. Il primo, 26 anni, già espulso in precedenza, mentre il secondo, 38 anni, ha un ordine di espulsione in tasca per ordine della questura di Rimini. E anche qui, "normale routine", poiché le nostre strade sono piene di espulsi. Quindi, pensando di essere arrestati -in altri posti succede giusto così-, i due ammettono di essere sieropositivi e di essere in cura in ospedale. Dunque, due clandestini sieropositivi che battono il marciapiede. A questo punto le forze dell'ordine avrebbero dovuto indossare guanti e mascherine, caricare i due "ospiti" e portarli direttamente a Linate, metterli sul primo volo diretto per Rio e...buon viaggio. Il bello invece arriva subito dopo. "Il pm ha negato l'arresto e tantomeno l'espulsione dei due per gravi motivi di salute". Evvabbè, umanamente sono d'accordo. Ma verranno almeno trasferiti in un centro ospedaliero senza possibilità di uscita? Ma siamo matti? L'Italia è un Paese "politically correct" per eccellenza, quindi, privilegiando la libertà individuale anziché la salute pubblica, i due sono stati subito rilasciati con "l'ammonimento a non prostituirsi". Del resto la nostra legge, quella di "Tafazzi", parla chiaro, perché rilascia il permesso di restare sul suolo italiano anche ai clandestini per dare loro la possibilità di curarsi, tanto più se nel loro Paese di origine le cure sono a pagamento e non come da noi a carico della collettività. Ma chi sono questi due? Lo hanno detto loro stessi: 300 clienti a testa al mese (!), per un giro d'affari di 250.000 euro all'anno, naturalmente tutto "esentasse". Due mine vaganti e strage di contagi, se pensiamo che in Italia ogni giorno contraggono il virus dell'HIV ben 11 persone, e fra questi, due solo a Milano. Ebbene, succede anche questo in un Paese di "Tafazzi" come il nostro... quindi, attenzione da ora in poi a serate estreme di..."famolo strano"....
venerdì 4 febbraio 2011
Regina, morta al tramonto
Regina, 18 metri di lunghezza e 35 tonnellate di peso ha cercato l'oasi di di San Rossore per morire, ultimo tentativo di sopravvivenza cercato nella natura incontaminata. Per questa balena dunque, il suo lento e placido vagare per i mari di tutto il globo è finito lì, sulla spiaggia di Marina di Pisa, davanti a quella striscia di mare dove in altri tempi si bagnava la famiglia reale italiana. L'hanno trovata agonizzante alcuni pescatori e niente, nonostante gli sforzi messi in atto durante il giorno è valso a strapparla alla morte. Si dice che "Regina" abbia seguito con lo sguardo il muoversi dei soccorritori intorno a lei, consapevole dell'inutilità di quegli sforzi, lasciandosi andare infine al tramonto, quando l'orizzonte si tinge di un rosso che solo il Tirreno toscano sa regalare. Una fine tragica dunque, ma anche una denuncia. E' stolto parlare di onde magnetiche che fanno perdere l'orientamento a questi giganti, perché è solo una subdola bugia per nascondere altro. La vera ragione è l'inquinamento dei nostri mari da parte della plastica, una situazione che ogni anno provoca la morte di un milione di uccelli marini e 100.000 mammiferi. Ma non è stata vana la fine di Regina, perché la carcassa del grande cetaceo, imbracata e posata su un enorme chiatta, è stata riportata al largo e poi lasciata scivolare sui fondali sabbiosi della costa, ultimo regalo alla vita per altre creature marine e in più, ultimo gesto di rispetto per questa "Regina" dei mari...
giovedì 27 gennaio 2011
Simonetta Cesaroni: una giustizia a metà.
Il 7 agosto del 1990 era una giornata caldissima, e Roma in quei giorni di ferie era praticamente deserta. Una giornata come tante quindi, se non fosse che in un palazzo di via Poma nell'ufficio dell'Associazione italiana alberghi della gioventù non fosse rinvenuta uccisa una ragazza 21enne, Simonetta Cesaroni. Un delitto atroce, 29 coltellate senza un motivo, senza un perché. Fu l'inizio di un lungo mistero durato ben 21 anni, un mistero interrotto di tanto in tanto da vari "colpevoli" scagionati di volta in volta. Il primo ad entrare nel "tritacarne" delle indagini fu Pietrino Vanacore, portiere dell'edificio, poi Federico Valle, un giovane il cui "torto" era quello di avere un nonno che abitava nel palazzo del delitto, e infine i sospetti calarono pure sul datore di lavoro della vittima, Salvatore Volponi. Tutti, uno dopo l'altro, i tre vennero completamente scagionati da qualsiasi indizio. Sembrava destinato ad essere un delitto perfetto dunque, magari come quello accaduto 16 anni prima sempre nello stesso palazzo e rimasto senza colpevole. La vittima allora fu Renata Moscatelli, un'anziana signora benestante trovata soffocata in casa con un cuscino sul viso. Un killer seriale che si è ripresentato sulla scena del primo omicidio? Niente di tutto ciò, perché gli inquirenti nel frattempo sono riusciti a dare un nome all'autore dell'omicidio di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, (foto) il fidanzato di allora. Nuove tecniche investigative lo hanno incastrato, e tra queste due rilevanze inconfutabili: tracce organiche a lui riconducibili rinvenute sia sul reggiseno della vittima oltre che nell'appartamento. Per i giudici della III Corte d'Assise di Roma non ci sono stati dubbi, e la sentenza non si è fatta attendere: 24 anni di galera. Dovremmo esultare dunque, anche se in molti oggi scuotono la testa: giustizia è fatta? Chissà. Una giustizia che arriva 21 anni dopo certamente non placa né dolore né redime un colpevole, in questo caso già redento dallo snocciolarsi del tempo, quindi? "Si chiude una lunga sofferenza" sospirano i familiari di Simonetta, mentre la moglie di Raniero Busco si chiede "adesso come lo dirò ai nostri bambini". Due facce dello stesso dramma e di una giustizia che lascia l'amaro in bocca...
Iscriviti a:
Post (Atom)