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venerdì 23 novembre 2012

Quelle 90 poltrone in più...

Primo sì a un ddl per eleggere una commissione di riforma della   Costituzione. Con stipendi da deputati: indennità incluse.

 

 ROMA - L'ultimo a rammaricarsi pubblicamente è stato Gianfranco Fini: «Abbiamo perso una grande occasione. La politica non ha capito che si doveva fare di più, per esempio con il taglio dei parlamentari». Dichiarazione di due mesi fa, quando il presidente della Camera certo ignorava l'esistenza di un'ipotesi suggestiva. Cioè che le politiche di marzo ci potrebbero regalare un numero di eletti addirittura superiore a quello attuale: 1.035 anziché 945. Novanta poltrone in più. 


Non è uno scherzo. È quello che stabilisce un disegno di legge approvato a razzo dalla commissione Affari costituzionali del Senato con l'unica opposizione dell'Italia dei valori, il cui rappresentante Francesco «Pancho» Pardi ha invano cercato di demolirlo, e subito fiondato in Aula dove giovedì ha rischiato di essere ratificato al volo. Che cosa dice? Prevede semplicemente l'elezione a suffragio universale di una commissione Costituente che dovrebbe occuparsi della revisione della seconda parte della Carta costituzionale. Ne dovrebbero far parte novanta persone, che non potrebbero ricoprire altri incarichi elettivi, come quello di parlamentare o consigliere regionale. Con il risultato inevitabile di far crescere, sia pure per un solo anno (tanto dovrebbe durare l'incarico) il numero delle poltrone. 

A loro saranno affidati interventi come il taglio dei parlamentari, l'abolizione del bicameralismo perfetto, i poteri del presidente della Repubblica... Il tutto mentre nei cassetti di Palazzo Madama giacciono proposte di legge a bizzeffe sugli stessi argomenti. Sulla riduzione del numero dei parlamentari si era perfino raggiunto un accordo fra tutti i partiti: 508 deputati e 254 senatori. Poi la cosa era sfumata. 

Dunque il Parlamento non riesce a tagliare il numero degli eletti, pure in presenza di un accordo, poi però riesce a istituire a tempo di record, guarda caso, una commissione di novanta membri che deve provvedere al taglio. 

Il disegno di legge è frutto dell'unificazione di numerose proposte variamente datate. E destinate probabilmente a sonnecchiare fino al termine della legislatura se il leader dell'Api Francesco Rutelli, autore di una di esse e relatore insieme a Pasquale Viespoli (prima Pdl, poi Fli, quindi Responsabile), non le avesse improvvisamente rianimate chiedendo e ottenendo il primo agosto scorso la corsia preferenziale della procedura d'urgenza. Che ha però conosciuto un intoppo ieri quando è mancato il numero legale. Se ne riparlerà la prossima settimana, e non si può escludere il moltiplicarsi dei mal di pancia, finora piuttosto isolati. Anche perché c'è la questione dei soldi. Questa commissione Costituente avrà infatti un costo che dovrà essere coperto, in parti uguali, dalla Camera e dal Senato. E lo stipendio dei Novanta? «Il trattamento economico dei membri della commissione Costituente è pari a quello dei membri della Camera dei deputati, ivi comprese le indennità accessorie», hanno proposto Luciana Sbarbati e il suo collega Giampiero D'Alia. Il conto? Una ventina di milioni in un anno. Per fare una riforma che, come ha ricordato Pardi, secondo l'articolo 138 della Costituzione è invece compito del Parlamento. Un po' caruccio di questi tempi, no? (Dal Corriere della Sera online)

sabato 22 settembre 2012

La fine della seconda Repubblica...


“60 MLD L’ANNO SONO I NUMERI DELLA PIAGA SOCIALE E DELLA CORRUZIONE: illegalità, corruzione, malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese e le cui dimensioni, presumibilmente, sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”.
Lo ha scritto nero su bianco la Corte dei Conti, e l'ultima spallata alla dignità politica -come se ce ne fosse bisogno!- arriva da questo ultimo ladrocinio, come specifica bene "Il Giornale". 


 Con accrediti per quasi ottantamila euro in un solo giorno quel nomignolo - «Batman» - è a dir poco meritato. La lista movimenti del conto corrente del gruppo Pdl «gestita» da Franco Fiorito è piena di sorprese. Così tanto da non sorprendere quasi più. Il 2 maggio scorso, per dire, l'Unicredit annota quattro bonifici per «Francone» con i «soliti» importi ex articolo 8 legge 14/98, quella «per garantire il rapporto tra elettore ed eletto», che dovrebbe servire per i portaborse e che la Regione accredita direttamente ai consiglieri: 4190 euro al mese. Invece quel giorno escono, moltiplicati, dal conto del gruppo: due bonifici da 8381 euro, due da 4191, tutti con beneficiario Franco Fiorito. E non basta. A seguire, stessa data, ecco altri sei ordini di pagamento praticamente identici, tutti da 8380,5 o 8381,1 euro. Se anche questi sono finiti sui suoi otto conti correnti, la cifra totale, in meno di 24 ore, arriva a più di 75mila euro. In mezzo, sempre il due maggio, anche un bonifico da 7.200 euro. E più avanti, nei giorni successivi, la teoria di accrediti continua.Ma il metodo «batman» funziona solo grazie al sistema di (s)controlli della Regione Lazio, che ha visto nel 2011 i 17 gruppi consiliari spendere più di dodici milioni di euro (12.249.712,9), fino a ieri. Poi, dopo il caso Fiorito, sono arrivati i tagli dei tagli voluti dalla Polverini e certificati nel pomeriggio dal voto dell'aula. Tanti soldi, senza dubbio, eppure nemmeno una goccia di questo fiume finanziava il già citato «articolo 8», utilizzato come causale nei bonifici del «Batman di Anagni». Anche quello, peraltro, dimezzato ora a 2095 euro. I 12 milioni servivano a «far funzionare» i gruppi. Che in cambio presentavano un consuntivo annuale al Comitato regionale di controllo contabile. Ma il Coreco non ha grandi poteri di controllo, spiega uno dei componenti, Roberto Buonasorte della Destra. «Verifichiamo solo che i rendiconti arrivino entro i termini. Non facciamo i revisori, la nostra è una mera presa d'atto». E le fatture, gli scontrini, le pezze d'appoggio di quei milioni? «Le conservano i vari gruppi. Quanto alla Destra, assicuro che ogni cent speso da noi, soprattutto in manifesti, è verificabile. Nemmeno un euro dei nostri fondi di funzionamento passa per le mani dei consiglieri».Del gruzzolo distribuito ai partiti nel 2011 e da questi speso quasi il 6 per cento (680mila euro, più di 1.800 al giorno) se ne è andato in spese per alberghi, bar e ristoranti: si parte dai 339 euro dei due consiglieri della lista Bonino-Pannella (meno di mezz'euro al giorno a testa: i radicali e gli scioperi della fame vanno d'accordo) ai 195mila della lista Polverini (41 euro al giorno per consigliere). Più vistoso il «conto» dell'unico consigliere verde, nonché leader nazionale del movimento, Angelo Bonelli: 36.785 euro, più di cento al giorno. Non sempre i conti tornano. Non è chiaro, per esempio, come mai l'Idv con 5 consiglieri incassi 1,2 milioni di euro, contro i 2 milioni concessi al Pd, che di consiglieri ne ha 14. Ma le incertezze sono tante. Nella «distinta» del Pd, tra le spese per «riunioni, convegni, conferenze e incontri» (oltre 210mila euro) si moltiplicano ristoranti e trattorie, così la voce «alberghi, bar e ristoranti» viene invece contenuta in 23mila euro. Le pieghe contabili in cui può affondare inosservato un costo, insomma, abbondano. Un punto su cui hanno messo gli occhi anche gli investigatori. Chissà sotto quale voce saranno finite le elargizioni che secondo quanto raccontato da Fiorito in procura molti consiglieri del Pdl hanno indirizzato verso associazioni di riferimento. Persino l'innocua «cancelleria» rimbalza dai tre euro di Sel ai 4mila dell'Idv. La cui V, forse, sta per valori bollati, a giudicare dagli oltre 11mila euro spesi a testa in media dai cinque consiglieri dipietristi in affrancature e telefonate. 
(foto: l'attore Antonio Albanese nei panni del politico  Cetto La Qualunque)

venerdì 4 maggio 2012

Avere la faccia come il...

Quello che mi sconcerta è la faccia tosta, la mancanza del senso civico, della dignità. Umberto Bossi, dopo tutto quello che è successo e dopo le sue dimissioni dei primi giorni, ora ha tuonato "Mi ricandido per la carica di segretario della Lega Nord", spiegando le motivazioni: "Lo faccio per tenere unito il Carroccio e poi anche perché, non abbiamo rubato come i Socialisti". Si fa dunque una questione di "quantità e qualità", come per dire che chi ruba tanto per avidità personale è si un ladro, mentre chi ruba solo qualche milioncino di euro per il restauro di una terrazza, l'acquisto di un Audi per il figlio, di una laurea presa a Tirana per il Trota -è cultura questa!- per un po' di soldi per le spese di quest'ultimo, insomma è solo un peccatuccio veniale e non un arricchimento sfacciato. Quindi "non mescolate noi con i socialisti di una volta" sembra quasi voler dire il numero uno -o ex?- della Lega Nord. Ma come se tutto ciò non bastasse ad azzerare le nostre ultime riserve di fiducia verso la politica, c'è anche un altro signore, tale Luigi Lusi, che più i giorni passano più sono i milioni che sono spariti -secondo gli inquirenti- nelle sue tasche. E lui che dice? "Trovo abnorme che si chieda il mio arresto". Ma si certo, cosa vuoi che siano 25/30 milioni di euro rispetto alle centinaia che erano nella cassaforte del partito, intendendo quasi che "tanto, se non li prendevo io li prendeva qualcun altro". La morale? In una situazione corrotta così è assordante il rumore del silenzio da parte dei vari politici: nessuno della Lega ha avuto il sano principio di dire "stop" a certi ripensamenti e altrettanto è avvenuto nella Margherita. "Se parlo io crolla la sinistra" sussurrò in un fuori onda Lusi. Che sia questo il collante ai silenzi del momento?

mercoledì 10 giugno 2009

GHEDDAFI E IL "LEONE DEL DESERTO"

Gheddafi, (foto) subito dopo aver messo piede sul suolo italiano, ha detto "L'Italia ora è amica". Il "leone del deserto" dunque non 'ruggisce' più, anche se sul petto, a mo' di medaglia, mostra una foto del leader della resistenza libica contro l'invasione italiana. Il bello -o il brutto-, è il cerimoniale del ricevimento, lo stesso che viene riservato ai presidenti stranieri, con tanto di tappeto rosso, picchetto d'onore e squilli di tromba, che in questo caso, suona stridulo. Suona stridulo perché c'è qualcosa di finto negli abbracci e nelle strette di mano con il nostro presidente del Consiglio, poiché non si può pensare di andare in visita di Stato in un Paese "amico", mostrando volutamente segni che lasciano pensare ad una cicatrice ancora aperta, ovvero, quella del passato colonialismo italiano della Libia. A questo punto -al di là dei numerosi miliardi versati dal nostro Governo a quello libico per chiudere il contenzioso dell'invasione-, bisognava che il nostro Presidente, dopo baci e abbracci, avesse chiesto 'a muso duro' all'ospite, "caro colonnello Muammar, come la mettiamo con gli italiani scacciati dalla Libia e depredati dei loro averi? Vogliamo risarcirli una volta per tutte"? Certo la politica è strana, come strani sono quegli altri milioni di euro sganciati a Gheddafi per "bloccare le partenze di disperati verso le nostre coste", soldi appoggiati da un numero imprecisato di motovedette "regalate" anch'esse ai libici. Ma siamo sicuri che questa sia la politica giusta verso l'ex leone del deserto? Problemi di provvigione di greggio consigliano la politica del "massì, lasciamo perdere"? Ecco, è questo genuflettersi che non quadra, perché lo sappiamo bene che molte volte, assecondare invece di fare la voce grossa, non porta da nessuna parte, se non da quella di continuare a parlare "con il cappello in mano". "L'Italia ora è amica della Libia" ha ripetuto poi Gheddafi nel suo discorso davanti a Giorgio Napolitano, peccato che al suo seguito ci sia Mohammed al-Muktar, il vecchio figlio di Omar al-Muktar, il leader della guerriglia anti italiana e soprannominato appunto "il leone del deserto", condannato a morte il 15 settembre del 1931, chiaro messaggio come per dire "non abbiamo ancora dimenticato." Di quale amicizia dunque parla Gheddafi? Una cosa è certa: tornerà a batter cassa e noi, col "cappello in mano" esaudiremo ogni suo volere...

mercoledì 5 novembre 2008

YES WE DID!

"E per coloro che avevano dubbi sulla nostra democrazia, questa è la nostra risposta". Yes we can dunque, parola di Barack Obama, (foto) 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America, eletto con un suffragio di voti questa notte, dopo una campagna elettorale durata quasi due anni. Un Obama che in certi aspetti ricorda il mai dimenticato John Fitzgerald Kennedy, il presidente della "nuova frontiera" assassinato a Dallas il 22 novembre1963. Come lui infatti, Obama risveglia il patriottismo latente di una popolazione, che se allora era impaurita dalla "guerra fredda", oggi è stanca di guerre e impoverita da crisi economiche. Quasi un ritorno ai tempi andati, quando un certo Martin Luther King ammansiva le folle col suo "I've a dream" (io ho un sogno), un sogno che però oggi non è prerogativa solo della parte nera della popolazione, perché con Barack Obama oggi sta sognando anche la "middle class" bianca che vuole uscire dal baratro di una recessione annunciata e inarrestabile. "We just made history" (abbiamo appena fatto la storia) ha pronunciato quando i voti gli hanno dato ragione, "and I don't want you to forget how we did it" (e non voglio che dimentichiate quello che abbiamo fatto). Subito parole di apprezzamento per il suo avversario John McCain, chiamandolo "un eroe americano", poi, ritornando a ciò che lo aspetta, ha ammesso che "we have a lot of work to do to get our country back on track" (abbiamo molto lavoro da fare per riportare il nostro Paese in carreggiata). E' quello che si aspettano milioni di americani, e con loro, una buona parte del mondo Occidentale, perché nonostante tutte le più nere previsioni, oggi qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo a chiare lettere: "Yes, we can"! (Gericus)

lunedì 12 maggio 2008

UN "TRAVAGLIO" NELL'ASCOLTAR TRAVAGLIO

Libertà di parola, certo. Ma quando si lanciano accuse all'indirizzo di qualcuno, in questo caso al presidente del Senato Renato Schifani, e per di più da un canale televisivo di Stato, e per di più ancora senza che l'accusato possa avere la possibilità di controbattere poiché assente, beh, in questo caso la "libertà di parola" è a senso unico, quindi censurabile sotto tutti i punti di vista. A ben vedere però, Marco Travaglio, (foto) definito "il megafono delle Procure", di libertà di parola ne ottiene quanta ne vuole, dal momento che è ospite fisso di "Anno Zero", la trasmissione condotta da Michele Santoro, e ultimamente, da dove sono partite le sue ultime "bordate", a "Che tempo che fa" condotta da Fabio Fazio. Ma quali sono le parole che hanno suscitato l'ultimo pandemonio? Le accuse secondo cui, "Renato Schifani avrebbe avuto nel suo passato forti legami di affari con associazioni mafiose". Ora, al di là degli aspetti risarcitori per tali parole "in libertà", il punto è: Ma perché se tutto ciò corrisponde a verità, Marco Travaglio non va a raccontare queste cose ai magistrati invece di fare il tribuno televisivo? E dal momento che Marco Travaglio è conosciuto per le sue modalità espressive in video, perché gli si dà la possibilità di apparire sapendo già la piega che prenderà il suo intervento? E anche i conduttori, pagati "profumatamente" dalla Rai, quindi con i nostri soldi, perché non si astengono -o vengono astenuti!- nell'essere "complici" di tali affermazioni, pur dicendo il giorno dopo "mi dissocio dalle parole espresse dall'ospite"? Presidenti, direttori, capistruttura ed altri ancora con stipendi e prebende da nababbo, padroni dell'etere e di manipolazioni politiche a tornaconto della propria corrente di provenienza. Ma chi sarà mai questo Marco Travaglio cui Giuseppe Giulietti, fondatore dell'Art 21 "Liberi di... nonché deputato dell'Italia dei Valori e già in passato componente della Commissione di vigilanza Rai dal 1990 al 1993, dica "Il presidente del senato Schifani può chiedere il diritto di replica, ma attenzione: nessun processo a Travaglio". Una televisione da bocciare, e molti "soloni o pseudo tali" da togliere dal video e dagli inacrichi. Siano di destra o di sinistra. (Gericus)

martedì 29 aprile 2008

RIFLESSIONE POST-MORTEM...

Non si tratta di politica, ma di cecità. La nuova batosta -che segue quella nazionale - subita dalla sinistra ha dell'incredibile, non tanto per i numeri percentuale che hanno contraddistinto la netta vittoria di Alemanno su Rutelli nella corsa al Campidoglio, ma per l'incredulità degli sconfitti. Oggi, a "bocce ferme" e con quegli oltre 7 punti di distacco, Francesco Rutelli ammette che "E' stata una sconfitta e un amarezza grande," mentre la riflessione di Walter Veltroni su questa debacle arriva "da quel senso di paura e di insicurezza della popolazione che noi non avevamo capito". La "casta capitolina" dunque non aveva percepito lo sfasciume della Città Eterna. Non aveva capito che dopo gli ultimi -e sono tanti quelli precedenti- delitti ad opera di romeni, la città volesse disfarsi di certi delinquenti stranieri, non aveva capito che le baraccopoli rom sui bordi del Tevere non erano altro che ricettacoli di delinquenti che nei momenti più opportuni sciamavano in città per sfondare porte di abitazioni, non aveva capito che quell'invasione di nullafacenti che gironzolavano per la città erano potenziali ladri, violentatori, magnacci e assassini... Il distacco dalla realtà ha fregato la "casta capitolina". Certo, il "potere" viveva in zone residenziali, aveva macchine blindate e guardaspalle, aveva sorveglianti -polizia e carabinieri- che vegliavano sulle loro abitazioni, pertanto, tutto il resto, paura compresa, non faceva parte del loro mondo. I motivi dunque della catastrofe della sinistra sono questi: aver favorito tutto questo e poi, a danno ormai fatto, disinteresse massimo della situazione. Roma dalle bellezze inestimabili ferita e offesa dai suoi stessi amministratori e lì sotto gli occhi di tutti. Che Gianni Alemanno si dia da fare velocemente, perché oggi non esiste più destra o sinistra. Esiste finalmente "gente che vuole", e ciò che vuole lo dimostra con il voto. Di riflessioni post-mortem non sanno proprio che farsene... (Gericus)

giovedì 24 aprile 2008

TROMBATI E PAGATI

Ma siamo poi sicuri che il sostantivo "trombato" sia giusto quando lo si affibbia a quei politici "scaricati" dalle ultime consultazioni elettorali? Pur se il dizionario a quella voce riporta "bocciatura, fiasco, insuccesso", io ritengo, che alla luce dei fatti tutto vada rivisto, e passo al perché. Il signor Pecoraro Scanio, (Verdi) "trombato" per antonomasia, se ne va a casa con 8.836 euro al mese di pensione, (17 milioni 108 mila lire). Vogliamo salire ancora un po' più su col vitalizio? Bene, prenderanno la bellezza di 9.363 euro al mese (18 milioni e 35 mila lire) i seguenti "trombati" della Camera: Ciriaco De Mita (Rosa Bianca); Gerardo Bianco (Ex Margherita); Paolo Cirino Pomicino (Dc); Sergio Mattarella (Pd); Angelo Sanza (Udc); Vincenzo Visco (Pd); Luciano Violante (Pd) e Valdo Spini (Psi). Al Senato le cose vanno ancora un po' meglio. Si porteranno infatti mensilmente a casa 9.604 euro (18 milioni e 959 mila lire) i seguenti "trombati": Armando Cossutta (Pdci); Egidio Sterpa (Fi); Alfredo Biondi (Fi); Valerio Zanone (Pd); Antonio Del Pennino (Repubblicani); Francesco D'Onofrio (Udc); Gavino Angius (Psi); Clemente Mastella (Udeur); Willer Bordon (Consumatori); Edo Ronchi (Pd). Ma se crediamo che questo sia tutto, errore, perché c'è pure la liquidazione. I "paperoni" della buona uscita alla Camera sono Angelo Sanza (Udc) con 357.068 euro (691 milioni e 380 mila lire), mentre al Senato Armando Cossutta (comunista) si prende la bellezza di 345.744 euro (669 milioni 453 mila lire). Ma si sono "sistemati" anche altri "trombati": Oliviero Diliberto (Pdci) esce con un mensile di 7.959 euro (15 milioni e 410 mila lire), mentre i più "poveri", e sono pochissimi, si devono 'accontentare', come Franco Giordano (Prc), di 6.203 euro (12 milioni di lire). Una montagna di denaro dunque per questi "trombati" che trombati non sono, perché i veri "trombati", ancora una volta, siamo noi... (Gericus)
[foto: Armando Cossutta]

mercoledì 16 aprile 2008

SI FA PRESTO A DIRE "TROMBATI"...

E' già, se crediamo che a causa dei risultati ottenuti dalle ultime elezioni, i "trombati" del Parlamento se ne vadano, -come si dice in Toscana- "con le toppe sul culo", beh, c'è da ricredersi, e soprattutto, da rimanere indignati. Infatti, nonostante sia venuto meno il rapporto di fiducia tra gli elettori e loro, questi invece di uscire dai palazzi del potere e chiudere la porta alle loro spalle con un "grazie di tutto", ci succhieranno di tasca i nostri soldi per diversi anni ancora. Ma come? si dirà. Se il rapporto si è interrotto, perché dovremmo pagarli ancora? Ma dal momento che le leggi "le fanno e le firmano loro", ecco un paracadute che i nostri "onorevoli" si sono inventati, per salvarsi il... fondo schiena da eventuali -come è successo- capitomboli durante il corso di una legislatura. E non sono noccioline.

Socialisti
:
un milione e 58mila euro all'anno sino alle prossime elezioni regionali, un milione e 42mila sino alle Europee dell'anno prossimo, e 650mila euro sino al 2011.

Verdi
:
un milione e 263mila euro sino alle regionali, un milione e 236mila sino alle Europee, un milione e 164mila sino al 2001 e 570mila euro sino al 2013.

PDCI
:
un milione e 236mila euro sino alle regionali, altrettanti sino alle Europee, un milione e 164mila sino al 2011 e 570mila sino al 2013.

UDEUR
: Un milione e 102mila euro sino alle regionali, 657mila sino alle Europee e 716mila sino al 2013.

La Destra:
336mila euro sino al 2013, più due milioni di euro all'anno sino al 2012.

Sinistra Democratica
:
510mila euro all'anno sino al 2013.

Rifondazione
:
ci costerà ancora un occhio: due milioni e mezzo di euro all'anno sino alle regionali, 3 milioni e 91mila sino alle Europee, 6 milioni e 164mila sino al 2011, e 570mila sino al 2013! (Gericus) [dati raccolti sul Corriere.it]

martedì 15 aprile 2008

ELEZIONI POLITICHE 2008: IL DAY AFTER...

Tanto tuonò che piovve. Alla luce dei risultati ormai acquisiti, ecco dunque alcuni titoli presi a caso sul Giornale e su La Stampa di martedì 15 aprile: "Un Paese (quasi) normale". "Berlusconi vola insieme alla Lega. Riforme col Pd". "Stravince Berlusconi". "Silvio: con Walter bella gara, ora la politica è più semplice". Walter Veltroni (Pd): "La grande delusione". "L'Italia si è rialzata. Berlusconi premier". Amaro addio di Fausto Bertinotti (Sinistra arcobaleno): "Che rabbia, chiudo nel modo peggiore". Roberto Maroni (Lega Nord): "Abbiamo conquistato anche i voti di sinistra". Paolo Ferrero (Sinistra arcobaleno): "A questo punto, molto meglio se ci sciogliamo". A Padova: "Trionfa Massimo Bitonci, il sindaco della tolleranza-zero." Umberto Bossi, (Lega Nord): "Riforme o stavolta perdo la pazienza", e poi: "Subito il federalismo fiscale: basta chiedere l'elemosina a Roma". Pierferdinando Casini (Unione di Centro) apre al Cavaliere: "Dialoghiamo. C'è il momento della campagna elettorale e c'è il momento in cui guardare gli interessi del Paese". Antonio Di Pietro (Italia dei Valori): "Gruppo unico col Pd? Vedremo". Dietro il successo del Carroccio: "Il Nord torna nella stanza dei bottoni". "Basta con i nanetti. Gli italiani hanno votato il bipartitismo". Socialisti: "Addio dopo 116 anni". Enrico Boselli ((Partito socialista): "Mi dimetto, grazie a Walter che ci ha cacciati dal Parlamento". Il party di Daniela Santaché (La Destra): "Brindo al miracolo. Non è stata una sconfitta. La politica si fa tra la gente, e noi ci siamo". Giuliano Ferrara (lista Aborto no grazie): "Catastrofe. Mi hanno fatto pernacchie". "Veltroni chiama il Cavaliere: Buon lavoro". "Storace (La Destra) trova un milione di voti ma rimane fuori dalla Camera". "La Campania rinasce: già licenziato Bassolino". Ecco i nomi di alcuni politici "desaparecidos": Fausto Bertinotti; Alfonso Pecoraro Scanio; Gavino Angius; Franco Giordano; Fabio Mussi; Clemente Mastella; Paolo Cento; Francesco D'Onofrio; Oliviero Diliberto; Daniela Santanché; Enrico Boselli; Vladimir Luxuria; Ciriaco de Mita... (Gericus)

domenica 30 marzo 2008

BABELE d'ITALIA

Si, va bene, democrazia significa -come recita il Nuovissimo Dardano- "Dottrina e prassi politica basata sulla sovranità del popolo, eguaglianza dei diritti politici e sociali e sul rispetto della libertà di ogni cittadino", pertanto, libertà assoluta. E fin qui siamo tutti d'accordo. Ma la "libertà", quando piomba nel caos, ha ancora un valore democratico? Per meglio afferrare il senso di queste parole, che significato dare a quei 158 (centocinquantotto!) partiti, partitini, gruppi o gruppuscoli presentatisi in questi giorni all'appuntamento elettorale? Si, perché il 13 e 14 aprile per molti elettori italiani la scelta dovrà avvenire dalla consultazione di 5 schede che avranno a disposizione e sulle quali sedici sono in media i simboli presenti. Democrazia nel caos quindi, perché 158 simboli significa "158 sovrapposizioni" ad un idea comune e condivisa dalla maggioranza, quindi a tutto discapito di un governo "democratico" unito e funzionante. Dire di alzare il numero minimo di iscritti per formare una nuova corrente politica o di pensiero è "antidemocratico", perché gli 'stecconati' sono mezzi coercitivi, quindi contro la libertà. E va bene, e dal momento che ogni popolo ha il governo che si merita, 'democraticamente' accettiamo il "Movimento Liberi e Forti", "Libertà Indipendenza Rispetto e Amore", "Partito coasit eu", "Movimento Ultima Speranza", "Lealtà e Coerenza Politica", "Donne & Italia No Profit", "Io Non Voto", "Nel Nome della Donna", "Il Loto", "Nucleo Tremmista Nazionale", "Libertà Egalité Fraternité", "Sacro Romano Impero", "I Grilli Parlanti"... Può bastare? Ma no dai! Abbondiamo: "Movimento Giovani Poeti d'Azione", "Non Remare Contro", "Casinò Centro Italia", "Casta Contro", "Partito Impotenti Esistenziali", "Liberi nella Libertà", "Per il Bene Comune", "Sogno Italiano", "Partito Internettiano", "Lista No Monnezza"... Basta, tralasciamo gli altri. Sarà la Babele del nostro "Election day", con in testa alla classifica dell'insensatezza del moltiplicarsi dei simboli Palermo, dove fra Regione, Camera e Senato, i palermitani dovranno fare i conti con 42 liste... Tutto nel rispetto democratico... (Gericus)

domenica 16 marzo 2008

BOICOTTARE LE OLIMPIADI?

Si contano a decine ormai i morti per la repressione cinese contro la rivolta in Tibet. L'ultimatum rivolto dalle autorità cinesi non lascia scampo: "Avete 48 ore per arrendervi", mentre la caccia ai dissidenti si fa sempre più serrata. Con i carri armati in movimento per le strade di Lhasa e i kalashnikov che fanno sentire la loro voce, sale la paura per una nuova Tienanmen. In molte parti del mondo, assieme alle proteste ufficiali, senza troppa convinzione arriva la voce del "Boicottiamo le Olimpiadi". Giordano Bruno Guerri ha poche, se non nulle, speranze in tal proposito, perché come lui asserisce, "Gli interessi spazzeranno via tutti questi ipocriti appelli". E come dargli torto! Davanti all'inevitabile discorso economico, sull'altare del Dio denaro, da sempre si sono sacrificate ideologie e moralità. In poche parole, "il business" fa passare in secondo piano stragi e libertà negate, democrazie oppresse e diritti calpestati. I conti, sono lì sotto gli occhi di tutti, o forse sarebbe meglio dire "sotto gli occhi dei grandi capitalisti". Con la Cina infatti, gli scambi vanno a gonfie vele, con quegli oltre 14 milioni di euro in importazioni e con quasi sei milioni di euro in esportazione. La repubblica cinese, quell'immenso Paese dove le condanne a morte sono all'ordine del giorno e dove lo sfruttamento della mano d'opera rende gli acquisti dell'Occidente più che vantaggiosi, quest'anno ospiterà i Giochi Olimpici. Boicottarli? Sarebbe il minimo, ma al di là di "condanne unanime e duri moniti " espressi qua e là da vari governi, niente seguirà alle parole. "La vita civile non è e non può essere a compartimenti stagni, con la politica da una parte, l'economia dall'altra e dall'altra ancora lo sport visto come terreno neutro" continua Bruno Guerri sulle pagine de "Il Giornale". "L'unico modo che l'Occidente ha per vincere le prossime Olimpiadi è di non prendervi parte. Non accadrà, e sarà un'occasione persa". (Gericus)
[foto tratta da La Stampa]

domenica 6 gennaio 2008

ALTO ADIGE: ICH LIEBE ITALIEN! (2008)

Eccolo qua il "paperone" delle amministrazioni regionali, tale Luis Durnwalder, (foto) Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, il cui stipendio mensile è di 25.600 euro, ovvero un qualcosa come 49 milioni e 568 mila lire del vecchio conio. A tirare fuori questa "chicca" è stato nientemeno che il giornale locale di lingua tedesca il "Tageszeitung", aggiungendo pure che le stratosferiche indennità riguardano -chi più chi meno- tutto il governo altoatesino. Luisa Gnecchi, per esempio, vicepresidente della Giunta, si porta a casa mensilmente ben 24.300 euro, mentre l'assessore alla Sanità di euro ne incassa 22.900. Chiedendoci se a queste persone tremino le mani ogni volta che ritirano lo stipendio, confrontiamo i loro compensi con quelli di capi di Stato. Il Cancelliere federale tedesco Angela Merkel ritira ogni mese uno stipendio di 19.300 euro, il ministro degli esteri Frank Steinmeier 12.800, e il presidente della Repubblica Horst Koehler, con una indennità di 16.583 euro è superato di qualche centinaio di euro dalla vicepresidente del consiglio altoatesino Rosa Thaler. Oltre a queste macroscopiche differenze, esiste anche quella impietosa dei numeri: la Merkel governa uno dei Paesi più popolati dell'Europa con 82 milioni di abitanti, mentre Durnwalder, amministra una delle regioni più piccole d'Italia con circa 500 mila abitanti. Luisa Gnecchi, vicepresidente della giunta eletta nelle liste dei DS, dopo la pubblicazione di queste notizie ha avuto il pudore di ammettere che "è evidente che in un Paese dove metà dei cittadini arriva a stento a mille euro al mese, certe indennità sono troppo alte, pertanto serve una seria riflessione", ma poi ha anche aggiunto che "se Durnwalder facesse il manager o fosse a capo di una banca, guadagnerebbe di più che a fare il governatore dell'Alto Adige". Beh, su questo punto possiamo rispondere che se rimane al timone del governo altoatesino avrà i suoi buoni motivi... o no? Dopo queste ultime notizie, pertanto, una cosa è certa: L'Alto Adige che si stacca dall'Italia? Ma quando mai! "Ich Liebe Italien"! Con uno stipendio simile, chi se ne frega delle radici teutoniche...

sabato 22 dicembre 2007

ITALIA, PAESE MACCHIAVELLICO (2007)

Me lo chiedo spesso: ma che Italia è questa? Ma che nazione siamo se dopo pochi mesi dal varo di una legge, questa subito viene modificata, aggiornata se non addirittura soppressa? Così è stato sulla legge delle espulsioni, naufragata l'altro giorno alla Camera e oggi, stop anche alla legge sulla prostituzione, affondata nel Consiglio dei ministri. Ma che classe politica abbiamo? C'è decoro e dignità verso sé stessi ma soprattutto verso gli italiani che essi rappresentano? Sembra proprio di no, perché il bailamme al governo è continuo e senza ombra di ripensamento. Alcuni esempi: Il cosiddetto "pacchetto di sicurezza", varato dopo gli ultimi efferati delitti da parte di delinquenti stranieri, e che sulla carta garantiva l'allontanamento immediato di chi non era in regola o di chi risultava coinvolto in fatti criminosi, beh, anche quello grazie a ritocchi, modifiche e ripensamenti è caduto nel nulla di fatto, tanto che solo uno sparuto gruppetto di delinquenti ha preso il volo verso casa nei primi giorni, giusto per placare lo sdegno della popolazione. Oggi lo scontro è aperto su di un altro caso: i figli dei clandestini, hanno diritto all'asilo? Per i "pasdaran" dell'illegalità la risposta è univoca: si. Ma se "clandestino" vuol dire essere fuori legge a tutti gli effetti, come si può coniugare il fatto che il figlio di questi, -clandestino pure lui- abbia gli stessi diritti di un cittadino residente o di un immigrato regolare? La polemica è esplosa in questi giorni a Milano, dove l'ultima sanatoria -ci risiamo!" del ministro della Famiglia Rosy Bindi, ha sancito "all'asilo anche i figli dei clandestini", ottenendo un sonoro rifiuto dall'assessore alle Politiche sociali del Comune di MIlano Mariolina Moioli, motivato dal fatto che "chi è clandestino non può dimostrare la residenza, il reddito Isee, per cui, secondo una legge nazionale, non si offre servizio gratuito di materna a chi è sprovvisto di questi requisiti". Ma se la legge esiste, perché non la si applica senza discutere? (Gericus)
(foto tratta da Il Giornale)

lunedì 16 luglio 2007

NASCE LA LEGA ALPINA (1991)

Nonostante il peso della vicenda giudiziaria delle presunte firme falsificate in occasione delle ultime elezioni amministrative in Piemonte, il consigliere regionale Roberto Gremmo, leader del movimento "autonomisti pensionati" ha fondato una nuova formazione politica: la "Lega alpina". Gremmo non ha ancora deciso se sarà lui a capeggiare la lista e se quindi entro il 3 gennaio '92 darà le dimissioni dal consiglio regionale (subentrerebbe Luigi Nava) per tentare la corsa a un seggio parlamentare. "Sono convinto" dice Gremmo, "che in Piemonte e Valle d'Aosta ci sia spazio per una Lega vera. In Piemonte puntiamo a mandare in parlamento un senatore e tre deputati. In Valle d'Aosta, alle regionale del 1993, pensiamo di eleggere almeno tre consiglieri". Imbarazzo in Regione per la costituzione della nuova formazione politica. (La Stampa)

lunedì 9 luglio 2007

SE NE VADA, E' CASA MIA ! (1991)

Duro scontro tra il giornalista Vertone e il vice presidente Stévénin. La polemica, aspra e perfino urlata per qualche secondo, viene poi rimossa. Accade di sabato tra il giornalista Saverio Vertone e il vice presidente del Consiglio regionale valdostano Francesco Stévénin a Saint Vincent. Parole dure alla fine di una tavola rotonda movimentata dal titolo "Il futuro dell'Europa tra omogeneità e diversità". Il motivo di poco cortese dialogo: la Valle d'Aosta e le sue caratteristiche linguistiche. Stévénin era tra gli ospiti della tavola rotonda sull'Europa organizzata nell'ambito di "Nosside", il premio internazionale di poesia che si è svolto a Saint Vincent, e alla fine dell'acceso dibattito ha affrontato Vertone. "Il giornalista -dice il vice presidente del Consiglio- sosteneva che in Valle bisognerebbe insegnare il francoprovensale, non il francese. Gli ho ricordato che il francese è riconosciuto dallo statuto, legge costituzionale, memntre il patois no. Ho poi aggiunto che il francese era la lingua in Valle prima che in Francia. E' a questo punto che Vertone mi ha invitato ad andare in Francia". E sarà proprio Francesco Stévénin ha dire testualmente con quali parole le era stato rivolto quell'invito: "Ci avete rotto i coglioni con il vostro francese! Se ci tenete così tanto, andatevene in Francia"! "Non comprendo perchè tanto rumore per nulla" dice Stévénin che poi si affida ad una battuta per evitare toni polemici: "Forse si voleva dare maggior rilievo a 'Nosside' che pure è una splendida manifestazione". Rimane la realtà dello scontro tra Vertone e Stévénin, confermato da entrambi i protagonisti, in un momento in cui l'immagine della Valle d'Aosta è quella di una regione ricca, anzi, privilegiata. (La Stampa)

sabato 30 giugno 2007

NESSUN MOTIVO PER ANNETTERE IVREA (1991)

La Valle d'Aosta boccia la proposta di includere nei confini regionali il Canavese, pertanto l'ipotesi che Ivrea si unisca alla Vallée rimane soltanto tale. Allargando l'iniziativa del consigliere unionista Gino Agnesod, che per "affinità culturali" aveva lanciato l'idea di ampliare i confini della regione, inglobando i paesi canavesani che con la Vallée confinano, e soprattutto "spartiscono abitudini di vita molto simili", il consigliere socialdemocratico al Comune di Ivrea Stefano Strobbia ha promosso lo slogan "Andiamo con Aosta", aggiungendo che "per noi sarà di certo un opportunità di crescere ancora e recuperare il tempo perso negli anni". L'ipotesi però non ha trovato proseliti. Non è parso troppo entusiasta neppure Gino Agnesod. "Un conto era parlare di Carema, Quincinetto, Montalto e i paesi vicini a noi, che con Pont Saint Martin e la Bassa Valle hanno parecchie affinità. Ivrea è tutto un altro discorso". Il presidente del consiglio regionale Giulio Dolchi ricorda che "gli abitanti di Ivrea hanno patito il fatto di essere diventati "Provincia di Aosta" sotto il regime fascista. E poi non ci sono ragioni nè storiche nè geografiche". Bruno Milanesio la butta in polemica antiunionista: "L'iniziativa di Strobbia ha la stessa legittimità della dichiarazione di indipendenza fatta da Guido Grimod: roba da fiera delle vanità". Per Alder Tonino "può essere il tentativo di salire su un carro che si ritiene essere pieno di privilegi. Comunque nel pds è aperto un dialogo sul tema tra valdostani e canavesani". Il "caso Ivrea" lo chiude Renato Limonet, capogruppo della democrazia cristiana al consiglio regionale: "La vicenda è svuotata di consistenza se si guarda ai grandi temi sui quali dobbiamo veramente confrontarci". (La Stampa)

giovedì 28 giugno 2007

LA VALLE DA SOLA NON PUO' VIVERE (1991)

Ha avuto una fredda accoglienza la proposta dell'union valdotaine di un autogoverno locale capace, se non di arrivare a determinare le alleanze internazionali e la politica estera, di dare un autonomia molto più ampia di quella garantita oggi dallo Statuto speciale. Il procuratore Luigi Schiavone dice: "Ciò che accade nell'Est non può essere confuso con altre situazioni. In Unione sovietica vi era un oppressione coloniale. Nulla a che vedere con la Valle d'Aosta che ha contrattato uno Statuto di autonomia con lo Stato. L'idea unionista rischia di portarci verso una torre di Babele. E poi che ruolo potrebbe mai avere in Europa la Valle d'Aosta, di fronte a potenze come la Russia o la Germania"? Più o meno sulla stessa linea è Angelo A. studente alle soglie della laurea din giurisprudenza: "Prima di pensare a diventare più autonomo bisognerebbe battersi per ottenere l'attuazione piena dello Statuto. Piccoli come siamo non credo che avremmo la possibilità di sopravvivere senza l'aiuto dello Stato. Paragonare la nostra situazione a quella della Serbia e Croazia, o a quella delle Repubbliche dell'Unione sovietica mi sembra un poco ridicolo". (La Stampa)

sabato 16 giugno 2007

UN PEZZO DI CANAVESE IN VALLE? (1991)

Carema, Quincinetto, Settimo Vittone e Tavagnasco annessi alla Valle d'Aosta? "Perchè no? - dice Gino Agnesod, consigliere regionale dell'Union Valdotaine- Hanno radici storiche e aspetti culturali simili alla Bassa Valle. A Carema per esempio, il dialetto locale è molto simile al patois". Non solo. Secondo Agnesod gli abitanti del vicino Canavese si servono già dei servizi erogati in Valle: scuole, negozi, sindacati. "L'ampliamento dei confini -continua- è una possibilità che è prevista nello Statuto speciale di autonomia e dalla legge 142 sull'ordinamento degli enti locali. E' necessario soltanto il parere favorevole dei Comuni interessati". L'ipotesi è allettante per i vantaggi che comporta: buoni della benzina e dello zucchero, ma soprattutto pià autonomia amministrativa. Don Igino Boglia, parroco di Carema, si dice perplesso: "L'idea è buona, ma bisogna vedere se Aosta è d'accordo ad ampliare il territorio regionale e se Torino è intenzionata a "mollare" una zona ricca come quella canavesana. A Carema di una probabile annessione alla Valle si era già parlato una quindicina di anni fa, quando sono state formate le regioni; allora, ma erano altri tempi, si erano opposti i commercianti perchè dicevano che avrebbero pagato più tasse". (La Stampa)

martedì 5 giugno 2007

AOSTA: SVEGLIA CON VOLANTINI (1991)

Rosso, bilingue, delle dimensioni di un foglio di quaderno e rigorosamente anonimo. Un inno "all'unità del popolo valdostano" che ha riempito strade e vie di tutta la Valle. Opera di volantinaggio notturno organizzato in gran segreto e su vasta scala. E tutto finora è rimasto anonimo. Anche la tipografia che ha stampato gli slogan su entrambe le facce del 'documento', firmato da uno sconosciuto "Le Comité Valdotain" che fa riferimento a un altrettanto improbabile 'Mouvement'. Nove capoversi di un discorso intitolato: "La Valle d'Aosta sta morendo? No, vivrà". La causa del male che secondo il sedicente gruppo politico mina la Vallée dipende dai "gravi avvenimenti politici che hanno indebolito la sovranità del Popolo Valdostano". Dopo la diagnosi, la terapia: "L'unica difesa del nostro particolarismo è l'unità del popolo valdostano". Ieri le segreterie dei partiti e movimenti hanno taciuto. Nessun commento sul volantino, su scritte che sembrano tornare al passato. Ma c'è attesa per i prossimi giorni. L'anonimo valdostano darà alle stampe (clandestine) altri pensieri e suggestioni? (La Stampa)