E' una notte fredda e stellata quella del 14 aprile 1912, e il mare è una lunga distesa piatta. Alle ore 22,30, su nella coffa sistemata sull'albero di prua, i marinai di guardia Fleet e Lee notano in lontananza un leggero bagliore dritto di prora. Quel bagliore insolito è presto individuato. E' un iceberg a non più di 400 metri. Lanciano subito l'allarme in plancia. "Tutta barra a tribordo e macchine ferme" urla l'ufficiale di guardia Lightoller, poi la snervante attesa. Sembra che la montagna di ghiaccio sia evitata, perché la prua della gigantesca nave sta virando a sinistra, poi, improvviso, uno stridore metallico proveniente da dritta. Seduto su una poltrona del "Caffé Parigino", il maggiore Butt nota un tintinnio improvviso del suo bicchiere di brandy appoggiato sul tavolo, mentre una passeggera di seconda classe che già si era ritirata nella sua cabina, Kate Buss, avverte un lungo sferragliare, come se il Titanic stesse gettando le ancore, poi, un silenzio assoluto, perché anche i motori non giravano più. Margaret Brown, una passeggera di prima classe, esce immediatamente dalla sua cabina e incontra un ufficiale: "Cosa è successo"? chiede. "Niente di grave, torni pure in cabina" risponde l'uomo. Ma la sua faccia trapelava preoccupazione, e Margaret Brown, conosciuta come "Molly", lo intuì immediatamente, quindi ignorando il consiglio, salì le scale e si recò sul ponte. E fece bene, perché dieci minuti dopo l'impatto con l'iceberg, l'acqua era salita già oltre cinque metri sopra la chiglia. Alle ore 0,05 del 15 aprile, domenica, viene dato l'ordine di calare le scialuppe. Non c'è ancora panico tra i passeggeri, poiché molti non credono che il Titanic, "l'inaffondabile", possa scivolare negli abissi. Alle 0,20 i ponti di prua, 15 metri sopra il livello del mare sono allagati, cinque minuti dopo si cominciano a calare le scialuppe con l'ordine "prima le donne e i bambini", alle ore 1,15 l'acqua ha raggiunto la scritta Titanic sulla prua e i passeggeri cominciano a spostarsi verso la poppa della nave. Alle ore 2.00 l'acqua è a tre metri dal ponte passeggiata e ormai il panico è scoppiato. Sono le ore 2,10 quando il comandante Smith, dopo aver detto ai marconisti di interrompere l'invio di messaggi di soccorso, ordina il "Si salvi chi può". Sul ponte di prima classe, alle ore 2,15 Wallace Hartley con la sua orchestra -Jock Hume, George Krins, John Woodward, Roger Bricoux, Percy Taylor, Theodore Brailey e Frederick Clarke- e con l'acqua che comincia a lambire i loro piedi intonano "Nearer my God to Thee" (Più vicino a te mio Signore), poi, all'improvviso, la prua si inabissa. Tre minuti dopo, alle 2,18, un sordo e forte boato squassa la notte. Le luci della nave lampeggiano poi si spengono, ed è in quel momento che il Titanic si spezza in due tronconi, con la poppa che si alza perpendicolarmente verso il cielo poi, lentamente, avvitandosi su se stessa inizia a scivolare nell'abisso. Nessuno degli italiani a bordo, circa una quarantina si salva, e tra questi sparisce in fondo all'Atlantico anche il valdostano Pietro Giuseppe Bochet, cameriere in servizio al ristorante di prima classe "à la carte", l'impiego del suo sogno. Sono le ore 2,20 e tutto è finito. Rimane solo un cielo stellato come non mai e un mare liscio come l'olio, cosparso da centinaia di cadaveri ormai stremati dal gelo dell'acqua. Il comandante Smith, come vuole la legge marinara, segue la sua nave negli abissi e con lui il mare si inghiotte oltre 1500 persone, tutti a bordo di quel gioiello d'ingegneria che la superbia dei suoi costruttori aveva soprannominato "inaffondabile". Nel momento del varo nei cantieri di Belfast, nel discorso inaugurale qualcuno affermò "Neppure Iddio ti potrà affondare". Bastò un iceberg nel suo viaggio inaugurale, il 15 aprile del 1912, esattamente 100 anni fa... (Fine)
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domenica 15 aprile 2012
In viaggio col Titanic #4: la fine
E' una notte fredda e stellata quella del 14 aprile 1912, e il mare è una lunga distesa piatta. Alle ore 22,30, su nella coffa sistemata sull'albero di prua, i marinai di guardia Fleet e Lee notano in lontananza un leggero bagliore dritto di prora. Quel bagliore insolito è presto individuato. E' un iceberg a non più di 400 metri. Lanciano subito l'allarme in plancia. "Tutta barra a tribordo e macchine ferme" urla l'ufficiale di guardia Lightoller, poi la snervante attesa. Sembra che la montagna di ghiaccio sia evitata, perché la prua della gigantesca nave sta virando a sinistra, poi, improvviso, uno stridore metallico proveniente da dritta. Seduto su una poltrona del "Caffé Parigino", il maggiore Butt nota un tintinnio improvviso del suo bicchiere di brandy appoggiato sul tavolo, mentre una passeggera di seconda classe che già si era ritirata nella sua cabina, Kate Buss, avverte un lungo sferragliare, come se il Titanic stesse gettando le ancore, poi, un silenzio assoluto, perché anche i motori non giravano più. Margaret Brown, una passeggera di prima classe, esce immediatamente dalla sua cabina e incontra un ufficiale: "Cosa è successo"? chiede. "Niente di grave, torni pure in cabina" risponde l'uomo. Ma la sua faccia trapelava preoccupazione, e Margaret Brown, conosciuta come "Molly", lo intuì immediatamente, quindi ignorando il consiglio, salì le scale e si recò sul ponte. E fece bene, perché dieci minuti dopo l'impatto con l'iceberg, l'acqua era salita già oltre cinque metri sopra la chiglia. Alle ore 0,05 del 15 aprile, domenica, viene dato l'ordine di calare le scialuppe. Non c'è ancora panico tra i passeggeri, poiché molti non credono che il Titanic, "l'inaffondabile", possa scivolare negli abissi. Alle 0,20 i ponti di prua, 15 metri sopra il livello del mare sono allagati, cinque minuti dopo si cominciano a calare le scialuppe con l'ordine "prima le donne e i bambini", alle ore 1,15 l'acqua ha raggiunto la scritta Titanic sulla prua e i passeggeri cominciano a spostarsi verso la poppa della nave. Alle ore 2.00 l'acqua è a tre metri dal ponte passeggiata e ormai il panico è scoppiato. Sono le ore 2,10 quando il comandante Smith, dopo aver detto ai marconisti di interrompere l'invio di messaggi di soccorso, ordina il "Si salvi chi può". Sul ponte di prima classe, alle ore 2,15 Wallace Hartley con la sua orchestra -Jock Hume, George Krins, John Woodward, Roger Bricoux, Percy Taylor, Theodore Brailey e Frederick Clarke- e con l'acqua che comincia a lambire i loro piedi intonano "Nearer my God to Thee" (Più vicino a te mio Signore), poi, all'improvviso, la prua si inabissa. Tre minuti dopo, alle 2,18, un sordo e forte boato squassa la notte. Le luci della nave lampeggiano poi si spengono, ed è in quel momento che il Titanic si spezza in due tronconi, con la poppa che si alza perpendicolarmente verso il cielo poi, lentamente, avvitandosi su se stessa inizia a scivolare nell'abisso. Nessuno degli italiani a bordo, circa una quarantina si salva, e tra questi sparisce in fondo all'Atlantico anche il valdostano Pietro Giuseppe Bochet, cameriere in servizio al ristorante di prima classe "à la carte", l'impiego del suo sogno. Sono le ore 2,20 e tutto è finito. Rimane solo un cielo stellato come non mai e un mare liscio come l'olio, cosparso da centinaia di cadaveri ormai stremati dal gelo dell'acqua. Il comandante Smith, come vuole la legge marinara, segue la sua nave negli abissi e con lui il mare si inghiotte oltre 1500 persone, tutti a bordo di quel gioiello d'ingegneria che la superbia dei suoi costruttori aveva soprannominato "inaffondabile". Nel momento del varo nei cantieri di Belfast, nel discorso inaugurale qualcuno affermò "Neppure Iddio ti potrà affondare". Bastò un iceberg nel suo viaggio inaugurale, il 15 aprile del 1912, esattamente 100 anni fa... (Fine)
sabato 14 aprile 2012
In viaggio col Titanic #3
Nel salone fumatori di prima classe, il maggiore Archibald Butt si accende il suo primo sigaro della giornata, un lunghissimo Newman con foglia da fascia del Cameroon e prodotto in Ohio con tabacchi cubani. Per lui è un rito gustarselo in tutta tranquillità magari conversando col milionario Benjamin Guggenheim, salito come lui a Southampton e in viaggio d'affari per New York. Quel 14 aprile del 1912 è una giornata di sole splendente e il mare continua ad essere liscio come uno specchio e molti passeggeri si godono l'immensità dell'oceano passeggiando lungo i ponti. Nella sua cabina che divide con altri tre colleghi, il cameriere in seconda, il valdostano Pietro Bochet si prepara per il servizio ristorante della sera. E' il suo primo imbarco ed è felice perché ha avuto la possibilità di lavorare nel ristorante più importante della nave, quello "à la carte" diretto da Luigi Gatti. Il menù della sera di domenica poi è particolarmente ricco:"Antipasti misti; Ostriche;
Consommé Olga; Cream of Barley;
Salmon; Mousseline Sauce; Cucumber;
Filette Mignone Lili;
Sauté of Chicken Lyonnaise; Vegetable Marrow Farcie;
Lamb Mint Sauce;
Roast Duckling in Apple Sauce;
Sirloin of Beef; Chateau Potatoes;
Green Pis; Creamed Carrots;
Boiled Rice; Punch Romaine;
Roast Squab & Cress;
Cold Asparagus in Vinaigrette;
Patè de Foie Gras; Celery;
Waldorf Pudding;
Peaches in Chartreuse Jelly;
Choccolate & Vanilla Eclairs; French Ice Cream".
Ed è proprio quella sera, domenica 14 aprile, che George Widener e la moglie Eleonor danno un ricevimento. Ospiti al loro tavolo infatti ci sono il comandante J. Edward Smith nella sua candida uniforme bianca oltre al signor John C. Bradley e la moglie Florence. Una serata piacevolmente trascorsa tra un piatto e l'altro nel lusso della prima classe, mentre nel ristorante della seconda, a cena finita, un centinaio di persone cantano allegramente inni religiosi diretti dal reverendo Ernest Carter. Quando Marion Wright cantò il brano "Lead Kindly Light", il reverendo Carter spiegò -strana premonizione- che quella canzone raccontava di un naufragio avvenuto nell'Atlantico molti anni prima. Alle ore 20,55, il capitano Smith chiedendo scusa lascia il tavolo con i suoi ospiti per salire in plancia dove trova il secondo ufficiale Charles H. Lightoller. Nel primo pomeriggio dalla nave tedesca Amerika erano stati segnalati via radio dei grandi iceberg alla deriva, all'incirca a 80 chilometri sulla rotta del Titanic, quindi il comandante Smith si informa col suo ufficiale della situazione. Alle ore 21,30, ritirandosi nel suo alloggio, il comandante Smith ordina di chiamarlo "se ci sono dei problemi". A bordo c'è allegria e nei saloni delle tre differenti classi i passeggeri cantano, ballano e fumano. Sono gli ultimi momenti felici. (continua)
venerdì 13 aprile 2012
In viaggio col Titanic #2
Il mare è liscio come una tavola e il Titanic avanza senza nessun problema. Una leggera brezza soffia da Est quando verso le 5,30 del pomeriggio di quel mercoledì 10 aprile 1912, la superba nave arriva sulle coste del nord-ovest della Francia, restando alla fonda fuori dal porto di Cherbourg dato la sua mole. Sono esattamente le 18,30. Dopo la traversata della Manica, 34 passeggeri sbarcano nella cittadina francese mentre 227 salgono a bordo del Titanic, tutto illuminato per l'occasione. Alle ore 20,10, salpate le ancore, la nave parte alla volta di Queenstown, in Irlanda. Nella plancia di comando, il comandante Edward J. Smith ordina al timoniere "prua a 51°51'N e 8°18'W" poi dà un occhiata alle coste illuminate della Francia che lentamente scompaiono nel crepuscolo della sera. A bordo nel frattempo c'è aria di festa. In terza classe si balla e si beve tra risate e lingue incomprensibili, in seconda ci si prepara per la cena mentre in prima, vestiti con l'abito delle grandi occasioni, si sale lo scalone in legno con i suoi dodici scalini, orologio alla parete e angioletto che tiene una lampada per recarsi nella lussuosa sala da pranzo. Tra i ricchi personaggi seduti ai tavoli, Isidor Straus e la moglie Ida, proprietari del Macy's, il più fornito dei Grandi Magazzini di New York, il signor John Jacob Astor e la giovane moglie Madeleine, e soprattutto J. Bruce Ismay, presidente della White Star. La nottata passa serena, poi nella mattina dell'11 aprile alle 11,30 precise di quel giovedì, il Titanic getta le ancore nella rada di Queenstown, seconda e ultima sosta prevista. Nelle due ore trascorse, portati dai vaporetti sbarcano sette passeggeri e ne salgono 120, dei quali 113 in terza classe e 7 in seconda. Alle ore 13,30, gli argani del Titanic tirano su l'ancora di dritta e la prua viene diretta verso il mare aperto, l'Atlantico, direzione New York. Nell'aria si odono le note di "Nobody knows" di Parker suonate dall'orchestra di bordo diretta dal maestro Wallace. (continua)
lunedì 9 aprile 2012
In viaggio col Titanic #1
Dopo aver espletato con successo le prove di mare, pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 aprile 1912, il Titanic proveniente da Belfast attracca nel porto di Southampton. Fra sette giorni infatti, partirà verso New York per il suo viaggio inaugurale e grande è l'attesa per questo avvenimento. Con la sua mastodontica mole infatti, il Titanic è l'orgoglio della marineria inglese e da tutti è ritenuto "inaffondabile". E le misure ne danno un idea: lunghezza 269 metri; altezza 53; larghezza 28; velocità 23 nodi; peso complessivo 59.052 tonnellate e capacità di carico 3.547 persone. Pavesata a festa per un saluto alla popolazione, nei giorni di sosta al molo 44 della White Star quindi, la nave è sotto gli occhi di migliaia di persone giunte da ogni parte dell'Inghilterra per ammirarla. La mattina del 6 aprile iniziano le operazioni di stivaggio della merce: 559 tonnellate suddivise in 11.524 colli distinti, mentre il carico di carbone è di 5.892 tonnellate. Per le scorte alimentari invece si aspetta l'8 aprile, il tutto sotto la supervisione del costruttore della nave Sir Thomas Andrews. Il dieci aprile, giorno della partenza, alle ore 7,30 il capitano Edward J. Smith sale a bordo della nave assieme al suo equipaggio, riceve il rapporto sullo stato della nave dal capitano in seconda Henry Tingle Wilde e passa in rassegna i suoi uomini. Sul molo intanto, alle ore 9,30 c'è l'arrivo dei treni con i passeggeri di seconda e terza classe che salgono a bordo poi alle 11,30 da Londra arriva il treno speciale con i passeggeri della prima classe, che dai valletti vengono accompagnati nelle loro cabine o appartamenti. Le operazioni di imbarco procedono veloci, poi, salutato dalle sirene delle navi in porto, alle ore 12,06 il Titanic molla gli ormeggi e a rimorchio viene spinto lentamente lungo il molo. La sua stazza però provocherà quasi una collisione col piroscafo New York, la cui poppa si avvicina pericolosamente verso il gigante, un contrattempo che comporterà un ritardo di un ora sulla partenza prevista. Alle 13 precise del 10 aprile di un mercoledì dal cielo grigio come il piombo infine, il Titanic dirige la sua prua verso Cherbourg, una delle due soste programmate prima di spiccare il salto verso l'Atlantico alla volta di New York. A bordo, oltre agli 885 membri dell'equipaggio ci sono 1.343 passeggeri, dei quali 337 in prima classe, 285 in seconda e 721 in terza. Nel ristorante di prima classe, il signor e la signora Widener serviti dal cameriere valdostano Giuseppe Bochet, si godono il menu "à la carta" del primo giorno di imbarco, allietati dalla musica dell'orchestra di bordo diretta dal maestro Wallace Hartley. Il mare è calmo come non mai e il viaggio si annuncia più che piacevole... (continua)
mercoledì 23 maggio 2007
VALANGA ASSASSINA (1991)
venerdì 23 febbraio 2007
VALANGA A CERVINIA (1980)
Una valanga di grosse proporzioni è caduta improvvisamente l'altra notte a Cervinia travolgendo alcuni condomini, una villetta, la scuola e la caserma della Guardia di Finanza. Al momento, due sono i corpi già recuperati, quelli degli inglesi Andrew e Jackie Siamieson, ma altri tre turisti mancano all'appello. Numerosi sono anche i feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Al Breuil si sostiene che la valanga in quel punto non era mai caduta, ma si era staccata molte volte dai pendii della Grande Muraille e precisamente negli inverni del 1935, 1946 e 1967, e quindi si poteva prevedere che prima o poi avrebbe procurato una tragedia. Oltre a dover piangere le giovani vittime, già si calcolano i danni che dalle prime stime ammontano a circa sette miliardi, ma sono immani per il riscontro negativo che ne deriverà al turismo, dato che la tragedia ha fatto il giro del mondo. Si poteva quindi evitare una catastrofe simile? (Gazzetta del Popolo)
giovedì 14 dicembre 2006
PRECIPITA ELICOTTERO: 7 ALPINI MORTI (1973)
Tragico incidente di volo sul cielo di Aosta. Rientrando da una missione compiuta nel vallone di Orgére nella zona di la Thuile, lunedì 14 maggio alle ore 15,20 un elicottero militare "Agusta-Bell 205" è precipitato in seguito ad un avaria del motore nei pressi dell'Eliporto di Pollein. Nel tragico incidente e a causa del rogo subito sviluppatosi, sette tra Ufficiali e Sottufficiali tutti appartenenti alla Scuola Militare Alpina e al Battaglione Alpini di Aosta hanno trovato la morte. I loro nomi sono (alto a sinistra) : Sergente maggiore Luciano Galliano; Capitano Francesco Albarosa; Maresciallo capo Giancarlo Zampa; Sergente di c. Fabrizio Legrenzi; Sergente di c. Michele Candiani; (in basso da sinistra) Capitano Franco Elia; Tenente Raffaello Arata. Il 16 maggio la città di Aosta e numerosi abitanti della Valle intera, impietriti dal dolore hanno accompagnato in un interminabile corteo le 7 bare avvolte nel tricolore verso la Cattedrale ove si sono svolti i funerali presieduti dal Vescovo Monsignor Ovidio Lari.(Le Messager Valdotaine)
martedì 17 ottobre 2006
L'ARNO INGHIOTTE FIRENZE (1966)
E' il 4 novembre, il giorno della paura. Un onda di acqua e fango travolge la città, provoca 14 morti e danneggia in modo grave tesori, musei e biblioteche. Pioveva ormai da giorni e l'Arno era gonfio come nessuno l'aveva visto mai. In quel fatidico e tragico giorno, ben 180/200 millimetri d'acqua era caduta senza sosta, il che vuol dire 180/200 litri per metro quadrato. Il disastro era annunciato in quell'Italia che ormai 'franava' un po' dappertutto, poichè oltre che in Toscana la pioggia cadeva senza sosta anche in Friuli, nel Veneto, in Lombardia, nel Polesine, nel Meridione. A Firenze c'era quasi una sorta di indifferenza, ma forse era la paura. Del resto le alluvioni nella città del Giglio non erano una cosa rara, e la peggiore, quella del 13 settembre del 1577, portò in Piazza Santa Croce 3 metri e mezzo d'acqua... Quella che invece si abbatte sulla città è un onda che arriva ad un altezza di cinque metri quando migliaia di metri cubi d'acqua al secondo tracimano dalle spallette dell'Arno e invadono la città distruggendo tutto al suo passare. Oltre ai quattordici morti, distrutti 6000 negozi e 12.000 vetture. Il danno maggiore sarà la distruzione di capolavori dell'Arte, con un milione e 300 mila volumi della Biblioteca Nazionale sepolti sotto una valanga di fango. "Adesso Firenze ha bisogno di tutti, perchè Firenze appartiene al mondo" dirà l'attore americano Richard Burton in un servizio televisivo promosso dal regista fiorentino Franco Zeffirelli. Un appello che sarà raccolto veramente dal mondo intero. (La Stampa)Nella foto: Piazza Santa Croce
domenica 15 ottobre 2006
A SEI ANNI DALL'INFERNO (2006)
Anche il 15 ottobre del 2000 era una domenica. Solite cose: il pranzo in casa coi parenti, l'attesa delle partite nel pomeriggio e per molti, un attimo in più sotto le coperte, anche perchè il tempo, con quella pioggia che ormai batteva senza sosta da una settimana, invogliava a non uscir di casa. Una pioggia che però era già sotto controllo, poichè i fiumi cominciavano a preoccupare e piccoli smottamenti si erano verificati qua e là per tutta la Valle. L'inferno si scatenò alle otto di mattina, quando a monte del torrente Comboè una enorme frana di pietre e fango si staccò dalla montagna rotolando a valle. In un attimo la massa di detriti si abbattè su Pollein, località a due passi da Aosta, sradicando case e seminando morte. Nello stesso momento, come se la natura avesse prestabilito un orario, anche Fenis veniva colpita nella stessa maniera e con la stessa distruzione. Altri paesi subivano poi devastazioni e lutti come Nus, Donnas, Antey St.André, mentre Aosta, il capoluogo, subiva -fortunatamente- solo allagamenti. Diciassete vittime -sette uomini, sei donne, tre adolescenti e un bambino di 15 mesi- e danni per 800 milioni di euro. Oggi le ferite sono rimarginate, ma tutt'ora forte è il ricordo di coloro che persero la vita in uno dei disastri più terrificanti mai accaduti in Valle d'Aosta.Nel sesto anniversario sono stati ricordati quindi:
Ugo Coquillard 58 anni; sua moglie Grazia Boasso di 38 e il loro piccolo Gilles di 15 mesi.
Manuel Catalano, 16 anni;
Angela Catania di 75;
Fortunato Cerlogne, 76 anni e sua moglie Ilva Fiou di 75;
Ferruccio Morandi, 85 anni;
Maria Olinda Chapellu, 72;
Lino Gard, 70 anni;
Gianfranco Bosonin,65 anni;
Carletto Perron 55 anni e suo figlio Elis di 23 anni;
Anna Peraillon 39 anni e suo figlio Alessandro Bortone 16 anni;
Maria Gloria Parravano 56 anni;
Carmine Trapani di 45.
mercoledì 19 luglio 2006
50 ANNI FA IL NAUFRAGIO DELL'ANDREA DORIA (2006)
Mercoledì 25 luglio del 1956, alle 2,40 del pomeriggio il capitano dell'Andrea Doria Pietro Calamai, che aveva passato39 anni dei suoi 58 a solcare i mari, 'annusò' nebbia. Prua a ovest, la superba nave con a bordo 1.134 passeggeri e 572 membri dell'equipaggio era ormai giunta alla fine del suo viaggio che l'aveva portata da Genova verso New York. Partita il 17 luglio dal porto ligure, l'Andrea Doria procedeva ad una velocità di 21 nodi, segnalando un ora di ritardo sull'arrivo previsto a causa di una violenta tempesta affrontata due giorni prima. L'Andrea Doria era stata costruita nei Cantieri Ansaldo di Genova e varata appena tre anni prima ed era considerata a ragione, una delle più belle navi in circolazione. Lunga 210 metri e larga 27, aveva una stazza di 29.083 tonnellate, 10 ponti, e due turbine che erogavano una potenza di 50 mila cavalli che faceva girare le due eliche a tre pale con ciascuna un peso di 16 tonnellate. Quella sua 101esima traversata però le fu fatale. Alle ore 23.22, in mezzo ad un banco di nebbia la cui visibilità era pressochè nulla, fu speronata dal rompighiaccio svedese Stockholm, il quale ficcò la sua prua nel fianco destro del Doria all'altezza del ponte superiore per una profondità di nove metri. L'agonia del transatlantico italiano durò circa sei ore. Erano infatti le 5,30 del mattino quando dietro ad un infinità di 'brontolii', l'Andrea Doria dopo essersi piegata di 40 gradi su di un fianco si inabissò nell'Atlantico a poche miglia dal faro di Nantucket, posandosi ad una profondità di 74 metri. Dei 1706 passeggeri che erano a bordo, 46 persero la vita e gli altri furono presi a bordo dalle numerose navi confluite nella zona, prima delle quali il transatlantico francese 'Ile de France'. Il comandande Pietro Calamai rimase a bordo della sua nave assieme ad alcuni ufficiali fino all'ultimo momento, poi, visto che non c'era più niente da fare, ordinò ai suoi uomini di mettersi in salvo: "Io resto qui. A Genova, dite che ho fatto tutto il possibile per salvare la nave". "Se lei resta -replicò un ufficiale- noi resteremo con lei". Convinto dai suoi uomini così, tutti salirono a bordo del guardiacoste 'Hornbeam' della marina degli Stati Uniti, dove da lì, Calamai assistette impotente alla fine della sua nave. Si chiudeva così la storia dell'Andrea Doria, orgoglio e vanto della nostra marineria. Solo tre anni di vita, sufficienti però a fare di questa nave uno dei più grandi miti del secolo, secondo soltanto a quello del Titanic.
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